CTD-3 Credito (non più) Cooperativo

TESI N. 10 (…) i Gruppi (pseudo) Cooperativi, ove prevalenti (ad esempio in Francia) sono stati coinvolti in pieno nelle difficoltà ed hanno avuto bisogno di salvataggi ed interventi pubblici. Ciò è l’esatto riflesso della loro natura non più mutualistica, che li ha portati a strategie del tutto paragonabili a quelle delle altre banche, e quindi agli stessi errori.

Oggi Cassa Centrale Banca [NdA:capogruppo di uno dei due Gruppi bancari Cooperativi Italiani] è entrata in una dimensione nuova – quella della grande finanza italiana – dove le trattative si fanno su pochi tavoli e soprattutto in silenzio

Ecco quanto dichiarato apertis verbis da Giorgio Fracalossi nell’ultimo incontro con le 80 BCC aderenti al suo Gruppo, incontro richiesto a gran voce dalle BCC stesse, dopo avere appreso – per lo più dai giornali – che la loro capogruppo si stava imbarcando in un’operazione da 500 milioni di euro circa per acquisire una banca privata, Carige.

Ed ecco cosa pensano di tutto ciò nelle BCC coinvolte.

Potevano pensarci prima… #sevedeva

E adesso non c’è più neppure quel “mostro” di Bagnai e quei fassisti della Lega a metterci una pezza.

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La prossima Grecia siamo noi

Panagiotis Grigoriou è un ex accademico e insegnante greco, ora libero professionista che tenta, non senza difficoltà, di mostrare la Grecia in modo insolito attraverso la sua attività di viaggio culturale, dopo aver sperimentato la disoccupazione come molti dei suoi compatrioti, storico ed etnografo. Lui di tanto in tanto viene in Italia, invitato a parlare del suo paese, di cui descrive da più di sei anni il declino in un blog in lingua francese (www.greekcrisis.fr), che è diventato, lui pure, fonte di indispensabile sostentamento. Come molti suoi compatrioti, Panagiotis sente un legame speciale con l’Italia e ne osserva attentamente gli eventi. Cinque anni fa, come ospite del professor Bagnai a Montesilvano, disse con stupore quasi infantile una cosa – a pensarci bene – terribile: “stare qui in Italia è per me fonte di grande piacere, perché posso vedere ancora delle cose che in Grecia non si trovano più. Voi siete noi quattro anni fa.”.

Sono onorato di essere il traduttore semi-ufficiale del suo blog per http://www.comedonchisciotte.org e ho potuto cenare con lui al successivo invito a Montesilvano, nel 2017, e poi trascorrere, un anno fa, un giorno insieme (nella sua veste di guida, come detto, la sua altra altra fonte di sostentamento, in particolare d’estate, è accompagnare turisti curiosi in giro per la Grecia). In queste occasioni, Panagiotis mi ha sempre espresso un concetto molto chiaro: attenzione al Movimento 5 Stelle, vedo molte somiglianze con Syriza.

In questi giorni le sue parole mi tormentano: Syriza consumò il suo tradimento esattamente quattro anni fa: andata al governo sull’onda delle proteste anti austerity a gennaio 2015 (alleandosi, guarda caso, con una forza euroscettica di area centro-destra), a luglio dello stesso anno Tsipras indisse il famoso referendum dove – nonostante i bancomat chiusi – oltre il 61% dei greci disse “no” al memorandum imposto dalla Troika. Una settimana dopo, lo stesso memorandum (con qualche inasprimento) fu adottato dal governo Tsipras, ignorando la volontà popolare ed inaugurando una stagione di inaudita ferocia economica, che ha portato la Grecia ad un vero e proprio tracollo nelle condizioni di vita e, a causa di questo, ad un regresso visibile anche nelle relazioni fra le persone, in molti casi dedite ormai ad un’esistenza di mera sopravvivenza.

E adesso, quattro anni dopo, è il Movimento 5 stelle a fare il suo voltafaccia, passando nel giro di soli 29 giorni da un governo con la forza più euroscettica del panorama politico italiano, a quella più europeista, fiera sostenitrice dell’austerità e del “rispetto delle regole”. Il voltafaccia è meno evidente perchè il M5S, il referendum, l’ha fatto “in casa”, sulla sua piattaforma web privata: Tsipras indisse un referendum sicuro di perderlo, e si trovò tra le mani una vittoria imbarazzante, che dovette ricusare subito e tutto in una volta, sotto l’attacco diretto dei poteri economici europei. I grillini, invece, in primo luogo si sono fatti un referendum “blindato”, solo tra gli iscritti, ed in secondo luogo potranno diluire le conseguenze del cambiamento su un tempo più lungo, il che potrà attenuare (non eliminare) la presa di coscienza dei loro elettori. Syriza si salvò prendendoli sul tempo, andando alle urne a settembre, solo due mesi dopo il tradimento, in modo che gli avversari non potessero riorganizzarsi e gli elettori non vedessero ancora concretamente cosa sarebbe successo loro. Il M5S, non potendo contare sull’effetto sorpresa (in Italia, dopo Monti, le conseguenze dell’austerità sono chiarissime) conta invece sull’effetto opposto: allontanare il più possibile il momento della verifica e fare la volontà dell’Europa poco per volta e, soprattutto, per interposta persona (il PD ha in mano tutti i ministeri chiave del governo Conte-bis), sperando di mimetizzarsi in qualche modo. Al momento non riesco ad immaginare quale.

Al di là delle differenze di facciata, però, l’obiettivo delle due formazioni politiche si sta rivelando lo stesso: raccogliere il dissenso che le politiche di austerità inevitabilmente provocano, canalizzarlo su temi di scarsa rilevanza, ma forte impatto, per poi mettere i propri voti al servizio degli stessi obiettivi che, inizialmente, entrambi dichiaravano di combattere.

E infine, forse l’aspetto più importante di tutti, entrambi hanno fatto tutto ciò per conto di entità straniere, i cui interessi sono stati messi davanti a tutto il resto, in cambio dell’appoggio che, probabilmente, è più o meno direttamente all’origine del successo di entrambi.

Confessio regina probatorum

I quattro anni di cui parlava Panagiotis, fin qui sono stati un ottimo predittore. Per il momento ha ragione lui. Del resto, che Conte sia la prosecuzione di Tsipras con altri mezzi (e non per caso) lo conferma anche uno informato dei fatti, Jean-Claude Juncker che, addirittura, si assume il merito della “conversione” del nostro attuale Premier.

Ma il Movimento di Grillo, in realtà, è un Syriza 2.0, perché ci sono due importanti differenze (l’esperienza insegna).

PRIMO. Il M5S non ha attaccato frontalmente il nemico: se Syriza ha preso inizialmente il toro per le corna, attaccando l’austerità, il M5S ha abbandonato quasi subito i temi centrali, passando per tempo a quelli “cosmetici”, ininfluenti: il taglio dei parlamentari, l’onestà (tarattatà), i vitalizi, etc etc. Nel 2013 il grillini organizzavano eventi No-Euro, ma già nel 2014 parlavano di referendum (impossibile) e dopo la debacle di Tsipras, il tema è via via sparito dai radar, mentre Di Maio ed altri grillini a rotazione cianciavano di ridurre il debito pubblico, come un Dombrovskis qualunque;

Prima della cura

SECONDO: Come già accennato, il M5S non ha interpellato gli elettori. Perché, a differenza della Grecia 2015, in Italia l’alternativa esiste, e si chiama Lega; l’obiettivo dichiarato più o meno apertamente, è di durare anni (possibilmente fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, come sostiene Galli Della Loggia, insieme a molti altri), altro che democrazia dal basso.

Quello che non cambia sono gli obiettivi dei mandanti, che restano gli stessi.

Se tanto mi dà tanto, quello che ci aspetta per i prossimi quattro anni si può trovare QUI, oppure QUI, o QUI.

O in tutti i post del blog di Panagiotis Grigoriou.

Mala tempora currunt…

Il “sintomo” dei WuMing

Tra i vari commenti alle ultime europee, uno mi è sembrato più interessante degli altri, sia per il contenuto, che per la fonte: si trattava di QUESTO articolo dei WuMing, pubblicato prima su twitter e poi sul loro blog, nel quale svolgevano alcune riflessioni su cui vorrei tornare. Prima che i “fattoidi” post elettorali prendano il sopravvento su tutto.

Ne vale la pena, anche perchè i WM toccano, a differenza di tanti altri commentatori di sinistra (quasi tutti), uno dei punti essenziali della questione, ovvero il disagio diffuso che loro identificano con il “non voto”, ovvero con quel 44% di aventi diritto che non è andato a votare. L’analisi fatta sui voti, e non sulle percentuali, è stato anche il mio approccio quando, anni fa, mi sono occupato dello stesso argomento, e come allora ritenevo il 40% di Renzi fasullo, oggi penso che il 34% di Salvini non vada sopravvalutato, anche se in termini di voti persi o guadagnati, questo risultato sia comunque di un altro pianeta rispetto al 2014 renziano.

Tuttavia credo che il “sintomo” vero sia in realtà molto più diffuso e più profondo dei fenomeni di protesta di piazza come il vecchio #renziscappa o l’odierno #salviniscappa, che io, pur seguendo la politica in modo più approfondito della gran parte dei miei connazionali, non conoscevo… (e sì che Renzi non lo potevo soffrire). E lì i WM non affondano il colpo, non entrano nel merito.

“La sua politica [di Renzi] consistette nello sfidare tutto e tutti, nel tentare ogni genere di forzatura, disse che avrebbe usato il «lanciafiamme» e quant’altro. Si rese talmente inviso nel corpo sociale reale del Paese che a un certo punto non fu più in grado di parlare in nessuna piazza”

Che genere di forzatura fece? Perchè si rese “inviso al corpo sociale?”. Perchè cercò di fare un referendum per eliminare una delle due camere?

“C’è del metodo in questa follia” diceva il Bardo, e c’era del metodo anche nella follìa di Renzi e, in generale, nella follia della sinistra italiana da Tangentopoli/Bolognina in poi. Il Bomba non agiva in base a sue particolari idee politiche o visioni sociali (che, è chiaro, non esistono), ma interpretava in modo particolarmente veemente i diktat di quell’agenda neoliberista che – in modo più o meno esplicito – ispirava l’azione di tutti i governi italiani da un certo punto in poi. Era (è) l’agenda che fa della precarietà diffusa, dell’impoverimento, delle privatizzazioni selvagge, cioè, in una parola, del REGRESSISMO il suo obiettivo principale.

Quell’agenda ha colpito e colpisce sempre più persone, le quali pensavano che la sinistra sarebbe stata il loro baluardo (e non parliamo dei sindacati, che ormai farneticano di indipendenza della Banca centrale ed emettono comunicati con Confindustria). Ormai le chiacchiere stanno a zero: difendere i diritti di gay, lesbiche e minoranze varie è molto chic ma, mentre qualche centinaio di coppie gay potranno garantirsi la pensione dei reversibilità (e vivaddìo, niente in contrario), diversi milioni di italiani non arrivano a fine mese. E non si comprano casa, e non fanno figli, e non fanno progetti su niente. E vedono che, mentre le ONG fanno servizio di linea tra la Libia e l’Italia spendendo cifre altissime per alimentare il traffico di essere umani, per la crescita economica i soldi non ci sono mai. Sperando sempre di non ammalarsi, perchè tra un po’ non ci sarà più nemmeno la possibilità di curarsi (quanta gente, oggi, non cura più certe patologie perchè non può permetterselo?).

Ed ecco che questi non votano, oppure votano chi, in un modo o nell’altro, sembra ogni tanto avere capito che i problemi sono questi. Salvini, all’indomani del voto, ha detto “finchè non avremo il 5% di disoccupazione non voglio sentire parlare di vincoli di bilancio”. Non so se vorrà o potrà mettere in pratica il proposito, ma tutti gli altri, a partire dalla sinistra odierna, blaterano solo di rispettare le regole europee (e siamo gli unici). E qualcuno ha cominciato anche a votarlo per questo.

Uno al di sopra di ogni sospetto, un economista tedesco, Heiner Flassbeck ha scritto di recente “Nell’unione monetaria, la disoccupazione è ancora a un livello estremamente lontano da una situazione occupazionale che potremmo definire soddisfacente. Ciò vale in particolar modo se dai paesi dell’unione monetaria si esclude la Germania, (…) Questa drammatica discrepanza tra il più grande paese membro e altri paesi comparabili come Francia e Italia (…) [non] è proprio questa la causa decisiva del rafforzamento dei movimenti e dei partiti nazionalisti? Non sarebbe stato forse opportuno discutere apertamente di ciò che nella politica economica europea ha funzionato cosi’ male, tanto da rendere possibile un risultato del genere? …si continua a mettere la polvere sotto il tappeto”

Altri sono ancora restii, perchè la propaganda martella (e loro sperano che basti…) e non votano, nè per lui nè per quelli che un tempo avrebbero votato.

Il consenso “congelato” nel non voto per la mancanza di un’offerta politica soddisfacente, non sta aspettando quello che dicono i WM, ma la fine del regressismo e chiunque cominciasse a parlare di pensioni, lavoro, investimenti, stato (e quindi, di converso, ad opporsi all’ottusità marcata UE) è seriamente candidato a diventare il prossimo nome sulla scheda elettorale. A dispetto di tutto e di tutta la gauche caviar.

E’ questo il “sintomo” da tenere d’occhio, cari WM, a meno che non crediate che i Gilet Jaunes scendano da mesi in piazza solo per far calare il prezzo della benzina. Non è un caso che Greta parli all’ONU, mentre loro sono spariti dai radar di tutti fuorchè di quelli della Polizia di Macron. Il quale, come dice apertamente il suo ex-capo Hollande, non è un difensore dei ricchi, come lo accusano, ma dei “super ricchi”.

E non stava scherzando, il vecchio budino.

CTD-2 – GLI SCEMI DEL VILLAGGIO

Breve CTD per riportare l’ennesima – forse definitiva – testimonianza del fatto che noi, l’ITALIA, siamo sempre stati, siamo ancora e vorrebbero che fossimo sempre, lo SCEMO DEL VILLAGGIO. E che, quindi, l’esproprio progressivo – via legge di riforma politica – delle Banche Popolari e delle Banche di Credito Cooperativo non è che uno degli ultimi tasselli del disegno.

TESI N.2 – Il disegno politico prevalente nel dopoguerra europeo ha riservato all’Italia la condizione di paese a sovranità limitata che, dopo la caduta del Muro, non serve più come cerniera tra est e ovest, ma diventa ricompensa, bottino per i paesi “core” dell’Europa. Bottino in cambio della loro adesione alle nuove istituzioni comunitarie, che devono progressivamente sostituirsi agli stati nazionali.

Ce lo ricorda Sergio Cesaratto, in un articolo uscito sul Fatto Quotidiano, dove rende noto ai distratti commentatori dei media italiani che vi sono studiosi di altri paesi – addirittura paesi “core” dell’Eurozona come l’Olanda – che hanno studiato la questione (strano, eh? Questa “italietta” così isolata e poco importante in sede internazionale è ancora interessante…) ed hanno concluso che, sì, beh, in effetti, questi italiani inaffidabili, scansafatiche, furbetti e sempre pronti a svicolare dalle regole, negli ultimi 25 anni sono stati quelli che più di tutti le hanno rispettate, se si parla di regole economiche europee.

Lo studioso si chiama Servaas Storm, ed il suo studio, articolato in più scritti, si chiama “Come rovinare un paese in tre decenni”. Ipse dixit:

L’Italia, scrive Storm, “può ben essere definita la prima della classe dell’Eurozona, in quanto ha radicalmente trasformato la sua politica economica – abbandonando la sua economia mista, riducendo i suoi sistemi sanitario e pensionistico, liberalizzando i sistemi finanziario e industriale, e limitando il controllo democratico e parlamentare sulle sue politiche macroeconomiche

No, non è Bagnai, Borghi, o qualche altro pericoloso terrapiattista sovranista. Ma un solido economista olandese “who works on macroeconomics, technological progress, income distribution & economic growth, finance, development and structural change, and climate change.”

E non è nemmeno il solo. Le stesse tesi arrivano da economisti tedeschi (…ovvove… di questo passo dove andremo a finire, signora mia) tipo
David Folkerts-Landau, capo economista della Deutsche Bank che ha detto cose tipo questa

“contrariamente a un diffuso pregiudizio, l’Italia è stato un Paese frugale”

Il risultato di tutto questo rigore? Lo dice chiaro Cesaratto: ”
“nella decade post-2008 la Francia ha espanso la domanda di 461 miliardi di euro (a prezzi 2010), i governi italiani l’han contratta per 227 miliardi

227 miliardi in meno ad alimentare la domanda di beni e servizi in Italia: una decina di manovre economiche, ma in negativo. E poi qualcuno pensa che gli NPL delle banche siano il risultato della MALA GESTIO? Ma fatemi il piacere…

CTD 1 – Il bottino e quelli che sparecchiavano

Come annunciato nel n.0 della Serie, il blog avrebbe ospitato aggiornamenti e spunti collegati alle 12 tesi sulla Riforma delle BCC, temendo che avrebbero trovato facilmente esempi atti a dimostrarne la validità. Oggi, mentre i Gruppi cooperativi affannosamente cercano di ottemperare alle bizzose (e a volte stravaganti, ne parleremo nel prossimo CTD) richieste di BCE, le tesi più gettonate sono quelle “internazionali”, ovvero le prime. Che poi sono anche quelle basilari per capire il tutto.

TESI N. 2 Il disegno politico prevalente nel dopoguerra europeo ha riservato all’Italia la condizione di paese a sovranità limitata che (…) diventa ricompensa, bottino per i paesi “core” dell’Europa. (…) Se l’Italia è il bottino, le banche italiane sono la cassaforte da violare.

Beh, che noi fossimo il “bottino” un po’ si capiva, ma certe volte a Francoforte esagerano. La vicenda della normativa in via di emanazione sui Non Performing Loans (NPL) è fin troppo chiara: le banche italiane hanno ancora molti crediti che non sono facilmente esigibili, anche perchè sono venti anni che l’Italia fa avanzi primari e il paese soffre. Ma loro vogliono di più: lo sanno che l’Italia ha ancora enormi risorse patrimoniali, e gli NPL, se ben gestiti, possono rendere ancora dei bei soldini. A patto che la gestione non sia fatta da noi, ma da loro (o meglio, dagli amici loro). E, per rendere sicuramente redditizia l’operazione, il tassello mancante è costringere chi oggi ce li ha in mano, a venderli sottocosto. Ed ecco il colpo di grazia, la normativa che obbliga a disfarsi dei propri NPL entro un tempo prestabilito.

Il Piano dettagliato è leggibile QUI. Naturalmente, il problema riguarda i paesi che fanno più banca “tradizionale” e, all’interno del sistema bancario, le banche più piccole, che fanno credito alle imprese. BINGO.

Del resto, dopo la sentenza della corte di giustizia europea che ha dichiarato illegittimo lo stop all’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi nella vicenda delle banche in difficoltà (Tercas e altre, anno 2015), abbiamo perfino una conferma giudiziaria della tesi. Della vicenda hanno parlato tutti, e le reazioni sono state tante. La palma della più imbarazzante va senza dubbio all’attuale capo della Vigilanza BCE, Enria, che se n’è uscito con un colossale “sparecchiavo

Ed ecco un altro “sparecchiavo” direttamente da Banca d’Italia

TESI N. 4 Come in tutti i casi di colonizzazione (fisica o di altra natura) di un sistema complesso, la conquista non sarebbe possibile senza la connivenza da parte di esponenti interni al sistema stesso.

Ma non ci sono solo quelli che sparecchiavano.

La sopra citata sentenza ha dato la stura ad una serie di smarcamenti e passi di lato di tutta una serie di personaggi che, man mano che le misure banchicide venivano introdotte non si sono limitati a sparecchiare, ma hanno dato man forte agli invasori. Addirittura dicendogli di non aspettare, di fare subito, che non c’era bisogno di periodi transitori, di cuscinetti per l’introduzione del bail-in, anzi, che si poteva fare perfino retroattivo (come in effetti avvenne). Complimenti… Altro che indipendenza di Banca d’Italia, io li incatenerei e, se non fanno quello che vogliono i governi, a letto senza cena.

Ecco della gente a cui un bel periodo di disoccupazione senza ammortizzatori sociali credo farebbe bene.

CTD-0 Come Temevasi Dimostrare

Questo post inaugura la serie di aggiornamenti che pubblicheremo su questo Blog e, forse, altrove, riguardanti gli sviluppi e soprattutto le conseguenze della mai abbastanza deprecata Riforma del Credito Cooperativo. Il titolo evoca la formula latina del QED, ovvero Quod Erat Demonstrandum, dove però all’accezione moderna del “volevasi” ho sostituito il “temevasi”, perchè la crescita della mia autostima (che si avrà ogni volta che una o più delle mie tesi troverà conferma nei fatti che seguiranno) non è comunque un prezzo accettabile, in cambio delle conseguenze che tali conferme avranno nella realtà.

Quindi non “volevasi” dimostrare, ma “temevasi”, perchè solo il signore sa quanto vorrei avere torto.

I post saranno organizzati in base alle TESI del lavoro originale, e idealmente rappresentano il loro progressivo completamento, come, in un contesto matematico, ad ogni teorema segue la relativa dimostrazione.

Tesi n.6 – Il grandismo: errare è umano, ma perseverare è diabolico, dicevano gli antichi, e il tragico duo BCE-Bankitalia persevera, eccome. Eccoli impegnati in un uno-due di rara potenza distruttrice:

Prima la rivelazione della volontà BCE di concentrare ulteriormente le BCC, anche dopo essersi infilate nel gorgo dei nuovi gruppi cooperativi. Lo ha rivelato in un’intervista, il vice-presidente vicario di Cassa centrale, Antiga, dicendo “Siamo partiti in 122 banche, ora siamo in 84 grazie ad una forte politica di aggregazione che ha anticipato la nascita del gruppo. E arriveremo a meno di 50 banche in tre anni (…) la scelta non nasce dall’emergenza di soccorrere banche in difficoltà bensì da una politica dettata dall’efficienza voluta anche dalla Bce, da cui siamo vigilati, e che ci porterà in due/tre anni da 84 a meno di 50 banche” Più chiaro di così…

Poi il colpo del KO: Banca d’Italia che persevera nel chiedere aggregazioni anche quelle banchette che, stando nascoste nel loro angolino, sembravano essere sfuggite alla furia aggregatrice delle Autorità. Lo stringente argomento scientifico usato per affermare il grandismo? Un proverbio: nientepopodimenoche L’UNIONE FA LA FORZA… ah, beh, allora…

Il dettaglio che fa la goduria dell’intenditore: notare la chiosa autorazzista dell’articolista de “Il Messaggero” il quale, a fronte dell’indiscutibile argomentazione grandista, si affretta a sottolineare come le banche, arretrate e rozze in quanto italiane non abbiano reagito entusiaste al richiamo unificatore, poichè ancora legate al “campanile del localismo”. Suggeriamo di inviare una mail all’account twitter @pregosiaccomodi

Tesi n.8 – Il fine della riforma è il controllo centralizzato: la già citata intervista del signor Antiga (cfr.tesi n.6) ha fatto scalpore non per la “rivelazione” dell’ulteriore concentrazione delle BCC, ma soprattutto perchè il dirigente ha parlato di un patto di fatto (una specie di patto parasociale) tra alcune banche – territorialmente individuate al nord-est – per determinare la politica dell’intero gruppo. In barba al Patto di coesione, che vieta alle BCC di determinare gli indirizzi di capogruppo.

E poi ci si mette pure il solito Barbagallo a toglierci ogni dubbio, affermando candidamente che nella “Superpopolare” di cui al punto precedente, le banche devono godere di “autonomia limitata”.

Tesi n.6 – il Grandismo in banca ha portato solo ad un crollo dei prestiti alle imprese – una ricerca Unimpresa mostra, ultima di una serie ignorata dai più, il progressivo crollo dei prestiti alle imprese: 40 miliardi in meno solo nell’ultimo anno “Prosegue senza sosta il credit crunch per le aziende italiane: i prestiti delle banche alle imprese, nel corso dell’ultimo anno, sono calati di quasi 40 miliardi di euro (-5,29%) nonostante l’aumento di 1,5 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare sul calo è la diminuzione di 18 miliardi dei finanziamenti a breve e di 22 miliardi di quelli di lungo periodo. (…) In totale, lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di 32 miliardi, passando da 1.356 miliardi a 1.324 miliardi: oltre 3 miliardi al mese in meno ad aziende e cittadini”.

Sta già accadendo, e continuerà ad accadere – a maggior ragione – per i clienti tipici delle BCC, cioè le Piccole Medie Imprese (PMI) italiane: il combinato disposto di vincoli patrimoniali, regole di assessment e pressioni dirette (sulle banche direttamente vigilate da BCE) sta spingendo le banche italiane fuori dal settore dei prestiti alle imprese. Quindi dove prenderanno, le imprese (e in particolare quelle piccole) i soldi per lavorare? Dal mercato dei capitali, dicono a Francoforte, meglio se i capitali sono stranieri, però…

Tesi n.4 – nessuna colonizzazione è possibile senza la collaborazione dei colonizzati – Un’ultima cosa che l’incauta esternazione di Antiga mostra chiaramente è il ragionamento che molte BCC devono avere fatto quando è stata loro prospettata la Riforma ed il relativo accentramento: è chiaro che loro, nella legge che istituiva le Capogruppo non hanno visto la fine del Credito Cooperativo, ma la possibilità di estendere il controllo sulla parte del mondo BCC che si sarebbe affiliata. E questo non l’hanno pensato solo a Trento, ma anche (soprattutto?) a Roma. Governare sulle macerie, ecco il loro obiettivo…

Sempre sulla Tesi n.4, giova riportare una citazione di uno studioso, lo storico Ronald Robinson, ha affermato che il dominio imperiale britannico era venuto meno “quando i governanti delle colonie non avevano più trovato collaboratori indigeni.” Il risultato, ha osservato, era stato che “la trasformazione della collaborazione in non-cooperazione aveva segnato, nella maggior parte dei casi, l’inizio della decolonizzazione.” Quando vedremo qualcuno che comincerà a non collaborare con il tragico tandem BCE-Bankitalia?

Dal magico mondo della Riforma BCC per ora è tutto. Buon weekend

I SINDACATI E L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE, ovvero LO STRANO CASO DEL COMUNICATO FANTASMA

Il giorno 11 febbraio alle 8.40, la FISAC-CGIL Toscana, articolazione regionale del sindacato Fisac dei bancari, va in avanscoperta e pubblica su twitter questo comunicato congiunto delle segreterie nazionali dei tre sindacati confederali

Qualcuno deve avere letto le reazioni al twit, perché del comunicato unitario non c’è traccia in nessuno dei tre siti dei sindacati, né lo si trova nelle rassegne stampa, e nemmeno nelle sezioni dedicate ai comunicati unitari (sito Uilca). Solo la Fisac Toscana, pervicace, insiste nel mettere il comunicato sulla propria sottopagina del sito nazionale.

Questa palese autocensura, questo ossìmoro di un comunicato stampa da diffondere il meno possibile, fa pensare ad una marchetta, un comunicato che qualcuno, nei giorni della polemica sull’indipendenza delle banche centrali, deve avere chiesto dall’alto e che i bancari non hanno potuto esimersi dal pubblicare, completando così una “doppietta” di non poco conto: il sabato, manifestazione di piazza contro il primo governo da un decennio che prova (magari sbagliando mira e misura, ma ci prova) a rimettere in giro un po’ di soldi anche contro i vincoli recessionisti europei, ed il lunedì, un bel comunicato a difesa dell’indipendenza delle banche centrali, vero e proprio dogma neoliberista. Da stendere un bue, ma gli orientamenti ultraeuropisti delle segreterie confederali non sembrano lasciare spazio alla riflessione critica e qualcuno deve avere chiesto un segnale. Me li vedo, Furlan, Landini &c che, di fronte alle timide pretese governative di nominare un componente del direttorio di Banca d’Italia, dicono ai vari Megale, Colombani e Masi “ma come, proprio voi non dite niente? I sindacati di settore  devono farsi sentire…”.

Farsi sentire adesso, dopo il silenzio assordante verso Jobs Act, Legge Fornero e smantellamento progressivo di buona parte del Welfare italiano, un tempo uno dei più avanzati al mondo, fa un po’ ridere (eufemismo) ma tant’è…

Passiamo però al comunicato.

Il testo è imbarazzante nel suo infilare falsità, inesattezze e forzature, ma non si può comprendere l’enormità delle baggianate contenute nei dettagli, se non si analizza prima il concetto stesso di indipendenza, in sé ed alla luce della missione dei sindacati che dovrebbe essere quella di difendere il lavoro e quindi i lavoratori. Il testo dice

“la CGIL, la CISL e la UIL si pongono a difesa a tutto campo del bene primario dell’indipendenza della Banca [Centrale], consapevoli che, al di là degli uomini che oggi la guidano, questo attacco mira a una riduzione della competenza e delle capacità d’azione dell’Istituto, con ricadute anche sui lavoratori che vi operano con professionalità e dedizione.”

Al di là della difesa del posto di lavoro dei dipendenti (valore indubbiamente importante in chiave sindacale, ma che, a occhio, mi pare non sia una priorità, dato che Banca d’Italia è l’unica banca che non ha mai avuto esuberi, pur avendo perso negli ultimi 20 anni la gran parte delle proprie funzioni), l’indipendenza della Banca Centrale è davvero un “bene primario” da difendere a tutti i costi e con i denti, senza il quale l’economia va a rotoli ed i lavoratori perdono il lavoro?

La domanda “a cosa serve l’indipendenza della Banca Centrale?” l’ho vista porre qualche anno fa dall’economista finlandese Heikki Patomäki direttamente a un banchiere centrale tra i più brillanti in circolazione, Mojmir Hampl, governatore della Banca centrale della Repubblica Ceca, il quale non aveva saputo cavar di meglio che un “i politici non sono in grado di fare un’efficace politica monetaria, pensano alle elezioni”. Al che Patomäki giustamente aveva obiettato “ma allora perché, invece, sono in grado di decidere le altre politiche, tipo la politica fiscale?” Oppure perché – aggiungo io – possono decidere di mandare un paese in guerra o di cambiare i motivi per cui uno va in galera o stabilire per legge che tutti si devono fare delle iniezioni di vaccino, pena la perdita di patria potestà o del lavoro? Se tenere conto del consenso popolare è un handicap per le successive decisioni, allora eliminiamo le elezioni…

Per vedere se avevo capito giusto sono andato alla fonte, ovvero al sito della BCE, dove ho trovato una pagina dedicata all’indipendenza dove si dice che

“L’indipendenza della BCE favorisce il mantenimento della stabilità dei prezzi. Ciò trova conferma in analisi teoriche e riscontri empirici di ampia portata riguardo all’indipendenza delle banche centrali.”

Non ci sono link ai riscontri, ma facciamo finta che sia vero, diamogli fiducia. Del resto, loro amano la stabilità dei prezzi più di ogni altra cosa, con risvolti talvolta imbarazzanti…

La prima domanda che dovrebbe porsi un sindacalista è “la stabilità dei prezzi è un mio obiettivo?” e la seconda è “e la piena occupazione?”. La seconda è in relazione con la prima, nella misura in cui vale (e vale) la legge fondamentale secondo cui a una minore disoccupazione corrisponde un aumento dei salari e quindi maggiore inflazione (cioè una minore stabilità dei prezzi). Un’istituzione che ha deciso di subordinare tutta la politica monetaria – prima di un paese e poi di un intero continente – ad un obiettivo che è in conflitto con la piena occupazione e quindi con dei salari decenti è giusto che, in un’ottica sindacale ma potremmo dire in ottica di interesse generale, sia indipendente e non debba invece ricevere indicazioni da un governo che cerchi di far aumentare il benessere attraverso il lavoro ed il decente salario di chi lavora?

Ma la chicca è la pagina specifica dedicata ai perché dell’indipendenza dove si ri-cita (sempre senza link) l’ampia serie di dati empirici a sostegno dell’efficacia dell’indipendenza nel contenere l’inflazione, unico obiettivo, ma dove si va oltre. Vale la pena leggere tutto, soffermandosi sui singoli passaggi logici

“Vigilando sulla stabilità dei prezzi le banche centrali creano i presupposti per un’economia solida e stabile.”

Un’economia stabile va bene a chi sta male? Se uno è disoccupato, o guadagna una miseria è interessato a un’economia stabile oppure preferirebbe – che so – che ci fosse un po’ di crescita? La stabilità è un bene per chi sta bene. Ma questo potrebbe sembrare un sofismo: attenzione però, che calano l’asso…

“ Se i governi esercitassero un controllo diretto sulle banche centrali, potrebbero cercare di modificare i tassi di interesse in funzione dei propri obiettivi, per indurre una forte crescita economica nel breve termine o per finanziare misure popolari con moneta di banca centrale.”

“MISURE POPOLARI” ecco lo spauracchio. Sono le “misure popolari” che vanno ad ogni costo evitate, bisogna impedire che in alcun modo le politiche economiche possano giovare ad un numero troppo ampio di persone. I governi potrebbero avere – non sia mai – questa tentazione ed allora gli va tolto il giocattolo dalle mani. Perché? Il motivo è che …

“Questo avrebbe, a lungo andare, gravi ripercussioni sull’economia.”

Qui non ci provano nemmeno a citare dati e ricerche, perché… non ce ne sono. Ci sono, invece, decine, centinaia di ricerche ed esempi che mostrano il contrario, cioè che le economie in stagnazione hanno bisogno di spesa pubblica in deficit, di investimenti, perfino di inflazione, la cui risalita sarebbe peraltro, in questi anni, l’unico obiettivo di BCE, obiettivo fallito nonostante il dispiegamento di colossali manovre finanziarie da parte di Draghi & c che verrebbe di dire “a che serve la loro indipendenza, se si danno un unico obiettivo e manco quello riescono a raggiungere?”. Ultimo esempio, e non il meno rilevante, è il Giappone, spinto fuori da una stagnazione ventennale da una politica economica – la così detta Abenomics – esattamente contraria a quella della UE, che ha rilanciato l’economia, azzerato la disoccupazione senza provocare effetti economici negativi, nemmeno la temutissima inflazione (per una esposizione concisa, ma efficace, si veda questo thread di @Giuslit). Proseguendo, il sito BCE lascia definitivamente il pianeta terra ed entra direttamente nel mondo dei postulati, intatto ed etereo nella purezza dei suoi princìpi…

“La BCE è stata concepita come istituzione indipendente proprio per assicurare che agisca nel miglior interesse dei cittadini europei. Il Trattato sul funzionamento dell’UE conferisce alla BCE un mandato molto chiaro e ben definito: il mantenimento della stabilità dei prezzi nell’area dell’euro. In questo modo la BCE può condurre una politica monetaria che promuova la crescita economica e la creazione di posti di lavoro in Europa.”

Che la BCE agisca “nel migliore interesse dei cittadini europei” è una vaga affermazione di principio smentita dai fatti (non uno, ma tutta l’azione della BCE nell’ultimo decennio). Che l’obiettivo della stabilità dei prezzi promuova la “crescita economica e la creazione di posti di lavoro” è invece molto peggio: è una balla colossale. Smentita, tra l’altro, dagli stessi meccanismi di funzionamento dell’UE, che subordinano le (scarse) possibilità di condurre politiche economiche attive al calcolo in gran parte arbitrario del NAWRU (o NAIRU) cioè del tasso di disoccupazione “naturale” che non fa aumentare l’inflazione, sostenendo che, se una politica economica espansiva riduce la disoccupazione sotto a questo tasso, non va bene e la disoccupazione deve salire. Per la cronaca, per l’Italia oggi il NAIRU è, secondo la UE, circa dell’11%…

E’ questa l’indipendenza che i sindacati vogliono difendere: l’indipendenza dalla richiesta di ridurre i disoccupati sotto l’11% (per una trattazione più estesa del NAIRU, si veda il link sottostante)?.

Avranno capito di cosa stanno parlando?

La perorazione sindacale diventa ancora più incomprensibile se si esaminano le prerogative delle Banche centrali in alcuni paesi che – a torto o a ragione – sono considerati paesi-guida del mondo industrializzato, come gli Stati Uniti, il Giappone o perfino la stessa Germania. Partendo da quest’ultima, a smorzare l’indignazione dei sindacati più europeisti del cortile, basterebbe ricordare un recentissimo dialogo avvenuto in un talk show televisivo dove Daniel Gros, economista tedesco, rispondendo alla domanda “chi nomina il direttorio della Bundesbank?” rispondeva candidamente “il governo”.

Ma perché non spingersi  oltreoceano, dove, verso ovest, troviamo una Federal Reserve di nomina presidenziale e con obiettivi più ampi di crescita economica, comprendenti le istanze degli stati USA e, addirittura, dio ce ne scampi, la crescita dell’occupazione. Spingendoci ad est troviamo la Banca del Giappone, che ha inventato il Quantitative Easing ed ha sempre tenuto botta alla politica dei governi di turno, fino all’ultimo di Shinzo Abe, pur avendo avuto una riforma che, formalmente, l’aveva collocata in un alveo di indipendenza.

RIASSUMENDO: l’indipendenza delle Banche Centrali non è un valore, non serve agli obiettivi che dovrebbero interessare ai sindacati, e le Banche Centrali dei paesi guida del mondo industrializzato non sono affatto indipendenti o, se lo sono dal punto di vista formale, come il Giappone, poi assecondano in tutto e per tutto i desiderata dei governi nazionali, quindi perché i sindacati dovrebbero difenderla? Qui si sente lo stridore delle unghie sui vetri, e si entra nell’onirismo…

“Il Governo usa le vicende dei risparmiatori veneti per far dimenticare la propria estrema difficoltà a gestire la crisi economica e a far mutare direzione alle politiche dell’Unione Europea

… quelle stesse politiche dell’Unione Europea più volte pubblicamente difese e perorate dalle stesse organizzazioni sindacali, perse nel “fogno” europeista e dimentiche della realtà di una unione che – avendo impedito la mobilità dei tassi di cambio – ha scaricato sul lavoro tutti gli aggiustamenti economici. Un attacco puramente politico al governo. E poi la botta finale,

“La sconclusionata aggressione del Governo odierno alla Banca d’Italia e ai suoi vertici ricorda sia la mozione di sfiducia nei confronti del Governatore voluta dal PD nell’ottobre del 2017, sia le più dolorose vicende del marzo 1979, quando la loggia massonica segreta P2 diede l’ordine al giudice Alibrandi di punire il vertice della Banca per l’autonomia dimostrata in alcuni casi di frodi bancarie (banche di Sindona, Italcasse, ecc.).”

Si richiama la vicenda del 1979 dimenticando che, come ricordato in altra parte dello stesso comunicato, questo vertice di Banca d’Italia non sia della stessa pasta e si stia parlando di tutt’altro argomento. Il vertice di allora fu perseguito dalla magistratura per avere fatto “troppo” il proprio dovere di vigilanza verso un sistema bancario colluso con la mafia , mentre ai vertici odierni arriva tutt’altro tipo di richiesta, cioè quella di fare la propria parte nel far ripartire l’economia. Che poi sarebbe uno degli obiettivi (teorici) dell’azione sindacale… e siamo al cortocircuito.

Insomma, un disastro su tutta la linea. Meglio nasconderlo e non dargli troppa pubblicità, quindi…

Ma non sarebbe meglio pensare prima di parlare? O studiare i fenomeni prima di scegliere una linea? Il futuro del sindacato è fosco, molto fosco… e questo è un serio problema per l’Italia, oltre che per gli estensori del comunicato. Il vantaggio di aderire ad un sindacato confederale, dicono, è che si ha un’apertura e una dimensione più generale, attenta all’interesse comune, ma se l’apertura è questa, tanto vale iscriversi alla Fabi, concentrata da sempre sulle richieste economiche per la categoria: pochi, maledetti e subito…