Riforma BCC – Cronaca di una morte annunciata

Il contenuto di questo lavoro si esprime in 12 “tesi” sintetiche sulla Riforma del Credito Cooperativo più una metafora.

Se il lettore lo vorrà, potrà approfondire le 12 tesi nel PDF scaricabile dal link in fondo alla pagina, dove i ragionamenti vengono sviluppati, corredandoli, ovunque possibile, con dati e ricerche svolte sui diversi temi da fonti autorevoli ed indipendenti. Il lavoro è stato concluso il 2 dicembre 2018. Dopo tale data, nuovi sviluppi sono avvenuti, molte BCC hanno continuato la loro corsa (forse) inconsapevole verso il loro destino ratificando in assemblee bulgare l’adesione incondizionata al progetto, mentre il governo cerca come può di mettere una pezza a tanta sconsideratezza, ad esempio modificando gli obblighi contabili stabiliti da Banca d’Italia che le avrebbero obbligate a oltre due miliardi di perdite sulla valutazione dei titoli di stato in portafoglio. Ma la fine, sic rebus stantibus, resta nota. A meno che…

Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. (…) Nessuno si domandò neppure se Santiago Nasar era stato avvisato, perché a tutti sembrò impossibile che non lo fosse. G. Garcìa Marquez – Cronaca di una morte annunciata – incipit

TESI N. Le riforme delle Banche di Credito Cooperativo (BCC) e delle Banche Popolari non rispondono a esigenze reali del mondo bancario italiano, ma realizzano una parte di un disegno politico più generale, fortemente voluto e messo in pratica in un lungo arco di tempo da parte di soggetti esterni sovraordinati alle stesse istituzioni politiche italiane. Se non si comprende il contesto non si può comprendere il perché delle riforme.

TESI N. 2 Il disegno politico prevalente nel dopoguerra europeo ha riservato all’Italia la condizione di paese a sovranità limitata che, dopo la caduta del Muro, non serve più come cerniera tra est e ovest, ma diventa ricompensa, bottino per i paesi “core” dell’Europa. Bottino in cambio della loro adesione alle nuove istituzioni comunitarie, che devono progressivamente sostituirsi agli stati nazionali. Se l’Italia è il bottino, le banche italiane sono la cassaforte da violare.

TESI N. 3 Con il governo Monti e i successivi due governi a guida PD, l’Italia inaugura una stagione in cui l’agenda neoliberista ha un’accelerazione, che vede in pochi anni la riforma delle pensioni, l’uccisione della domanda interna via austerity feroce, il Jobs Act e il tentativo di abolizione di una delle due camere. In questo quadro, il governo Renzi inserisce una riforma “definitiva” del sistema bancario italiano, già in buona parte in mano straniera per le banche private. E’ la doppia riforma BCC/Popolari.

TESI N. 4 Come in tutti i casi di colonizzazione (fisica o di altra natura) di un sistema complesso, la conquista non sarebbe possibile senza la connivenza da parte di esponenti interni al sistema stesso. Nel caso delle due riforme bancarie, la classe dirigente del settore, salvo rare eccezioni, ha favorito in modo evidente l’impresa attraverso l’accettazione delle sue deboli giustificazioni, nella convinzione gattopardesca che, per loro, niente alla fine sarebbe cambiato.

TESI N. 5 Le esigenze poste alla base delle due riforme – maggiore solidità patrimoniale ed apertura al mercato dei capitali – non sono giustificate da alcun da alcun riscontro empirico negli ultimi decenni, in particolare per le BCC, il cui sistema ha superato la crisi Lehman senza bisogno di aiuti di stato e che, anche nelle recenti vicende del 2015, ha immesso soldi nei salvataggi altrui, senza bisogno di chiederne per sé.

TESI N. 6 Coloro che in buonafede – in primis i sindacati – accettano acriticamente l’imposizione centralista di una Capogruppo risentono di un pregiudizio autorazzista largamente diffuso nel mondo economico italiano, ovvero il “grandismo”. In questo frame, l’unica banca solida, efficiente, redditizia, è quella grande; per lo stesso motivo le PMI, fulcro e ragione di gran parte del boom economico italiano del dopoguerra, devono ingrandirsi o sparire. Eppure il grandismo è stato smentito sia in Italia che all’estero dalle esperienze delle recenti crisi bancarie, che non hanno mostrato alcuna correlazione tra maggiore dimensione e maggiore solidità delle banche. Ciò che invece è stato dimostrato ovunque è stata la correlazione tra maggiore dimensione e calo (crollo) dei prestiti alle imprese e in particolare alle piccole imprese.


TESI N. 7 Quanto al maggiore accesso al mercato dei capitali, negli ultimi anni il fattore che più ha nuociuto alle banche in questo ambito è stato proprio il continuo intervento delle autorità di vigilanza, sia europee che – di conseguenza – nazionali. Il progressivo blocco di ogni forma di aiuto o intervento pubblico in caso di crisi (culminato nell’introduzione del Bail-in) ha minato profondamente la fiducia del pubblico ed ha causato massicce fughe di capitali e ripetuti crolli dei corsi azionari. La emananda normativa sugli NPL è solo l’ultimo esempio di intervento nefasto e dannoso, che perfino Banca d’Italia ha stigmatizzato. BCE è un pompiere incendiario: non mitiga le crisi, ma spesso le provoca, o quantomeno le aggrava. Altro che voto capitario.


TESI N. 8 La vera esigenza della Riforma, infatti, è sottoporre al controllo centralizzato di una capogruppo (e quindi del suo occhiuto vigilante, ovvero la BCE) il sistema delle BCC italiane. Lo dice la BCE, lo ammette in audizione parlamentare Banca d’Italia, che scarta a priori ogni soluzione alternativa, non sufficientemente stringente verso le banche locali. Ma accentrare il potere non serve a “migliorare la governance”, ma solo a rendere più facile la conquista ed il controllo del sistema.

TESI N. 9 I gruppi bancari non sono l’unico modo di creare una struttura di sostegno a reti di piccole banche, ma esistono altre forme di garanzia, riconosciute dalle norme europee e utilizzate in altri, importanti paesi. Sono gli Institutional Protection Schemes (IPS), che, pur prevedendo meccanismi di penalizzazione e di garanzia reciproca, non inficiano le autonome scelte degli aderenti e godono di importanti – e non casuali – vantaggi normativi.

TESI N. 10 Mentre gli esempi di IPS in Austria, Spagna e soprattutto Germania hanno dimostrato nel recente passato di poter affrontare brillantemente le fasi di crisi senza necessitare di aiuti e continuando a garantire alle rispettive economie il necessario flusso di credito, i Gruppi (pseudo) Cooperativi, ove prevalenti (ad esempio in Francia) sono stati coinvolti in pieno nelle difficoltà ed hanno avuto bisogno di salvataggi ed interventi pubblici. Ciò è l’esatto riflesso della loro natura non più mutualistica, che li ha portati a strategie del tutto paragonabili a quelle delle altre banche, e quindi agli stessi errori.

TESI N.11 – Nessun altro paese ha adottato provvedimenti come quelli italiani, e non a caso. La scelta tedesca di mantenere le sue 1400 (!) banche locali e cooperative al riparo della vigilanza europea (che pure non può essere accusata di essere anti-tedesca) è stata difesa a spada tratta dai governi di Berlino e mostra chiaramente il pericolo che attende il sistema cooperativo italiano. Ma l’Italia non è un paese “normale” (cfr. tesi n.2)

TESI N.12 – CONCLUSIONI – Il quadro fin qui delineato mostra chiari i segni di una morte annunciata del sistema bancario popolare e cooperativo italiano e, con esso, di una parte essenziale del tessuto economico nazionale, messo “fuori gioco” da un disegno prima politico, poi culturale ed infine economico che ha fatto dell’Italia terreno di conquista. Di fronte a ciò non servono i tecnicismi e le battaglie di retroguardia, volte a “limitare i danni” su questo o quel provvedimento, ci vuole una reazione radicale e basata sul recupero della possibilità di ciascun popolo, italiani compresi, di autodeterminarsi democraticamente.

Ma dal mondo cooperativo i Quisling de noantri proclamano ad una voce: “ormai è tardi”.

METAFORA
Immaginate di essere stati invitati a un matrimonio. La figlia del vostro testimone di nozze si sposa, l’avete vista crescere, è una ragazza solare, un po’ ribelle, ma tanto buona, che aiuta tutti senza fare troppe domande, le volete bene come una figlia. E’ bella, buona, di umili radici, ma oggi la sua famiglia è benestante, grazie al duro lavoro del padre, rinomato artigiano locale. Ha avuto molti corteggiatori, ma da un paio di anni ha acconsentito a fidanzarsi con un ragazzo del suo paese, bello e maledetto, figlio di una famiglia di antica nobiltà e presente crisi. Dissoluto, donnaiolo, dalla parlantina irresistibile, ha risvegliato in lei quell’istinto che, talvolta, spinge donne di grande valore a darsi a uomini di poco conto, nella convinzione di poterli redimere. Le famiglie, interessate vieppiù a sistemare i propri figli, hanno fatto il resto: abbagliati dalla nobile casata i genitori di lei, interessati a far mettere la testa (e il portafoglio) a posto, i genitori di lui, spingono da anni per un matrimonio e adesso, finalmente, il momento è arrivato.
Il matrimonio sarà nel piccolo paese di lei, dove la famiglia ha organizzato una festa di altri tempi. Il padre di lei le ha regalato una vecchia casa nella campagna vicino al capoluogo, che per l’occasione ha ristrutturato. La cerimonia sarà celebrata dal vescovo in persona e nel paese non si parla d’altro.
Voi, nel ricevere l’invito, avete una fitta al cuore: non pensavate che quella relazione sarebbe arrivata al matrimonio. Sapete che lui non è l’uomo per lei e che i vostri amici si stanno probabilmente facendo fregare. Abitate dall’altra parte del mondo, ma vi mettete in testa di studiare la questione. Pagate un investigatore per fare qualche indagine e venite a scoprire facilmente che lui la tradisce da mesi con altre ragazze, ultimamente perfino con alcune amiche d’infanzia di lei. La distanza non vi consente di parlarci direttamente, ma cercate ugualmente di contattare il vostro vecchio amico, le fate avere solo alcune delle prove che voi avete potuto consultare per intero e gli chiedete di avere un colloquio. Le foto gli vengono consegnate, ma i giorni precedenti il matrimonio sono frenetici, il tempo stringe e il vostro amico non capisce subito la portata del materiale che gli avete inviato e al telefono, dà risposte evasive. A una settimana dal matrimonio decidete di anticipare il viaggio e vi recate da lui, con tutto il materiale raccolto dall’investigatore, più alcune interessanti notizie sul dissesto finanziario della famiglia di lui. Chiudete il vostro amico in un bar e gli mostrate tutto.
Una volta visto il materiale, ed ascoltate le vostre spiegazioni, il vostro amico resta muto. Guarda fisso davanti a sé e, dopo qualche minuto di silenzio, apre bocca per dire quattro parole “ormai è troppo tardi”. Cui subito dopo aggiunge in un fiato “con tutti i soldi che abbiamo speso, come facciamo a fermare tutto? C’è la casa pronta, gli inviti, il ristorante, la chiesa, il vescovo. E’ un anno che stiamo preparando questo evento, tutto il paese aspetta quel giorno, non possiamo annullare tutto”. E, infine, con le lacrime agli occhi, vi chiede di tacere, aggiungendo “lei è incinta, non dirle niente, potrebbe non sopportarlo”. Nel frattempo, fuori dal bar, vi hanno tagliato le gomme della macchina e l’investigatore che ha svolto le indagini ha trovato lo studio bruciato.
Ed è proprio in quel momento che decidete di….



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DOCUMENTO PDF BCC – Cronaca di Una Morte Annunciata – 20181202

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Goofy7-frasario essenziale (e incompleto)

G7-START

E sette.

Lungi dal soffrire di “crisi del settimo anno”, il convegno annuale di Asimmetrie, quest’anno dedicato al tema del Sovranismo, ha visto il tutto esaurito, con le sedie dell’ultima fila addossate al muro di fondo della pur capiente sala convegni. E, puntuale, ecco la rassegna delle frasi più interessanti, giunta al suo quarto anno (le edizioni precedenti disponibili QUI QUI E QUI) che, come la nota rivista di Cruciverba e rebus, comincia addirittura a vantare dei tentativi di imitazione.

Buona lettura!

JACQUES SAPIR

OGNI REGOLA HA LA SUA ECCEZIONE. Karl Schmidt dice che è sovrano chi può decidere dello stato di eccezione, cioè quando le leggi non possono più essere applicate.

BEN DETTO. La sovranità è condizione necessaria, ma non sufficiente per la democrazia.

GHOSTBUSTER CERCASI. Tsipras (nel 2015) ha tradito e oggi, qualunque dirigente o partito che si dica – in un modo o nell’altro – disposto a difendere la sovranità del suo paese, deve confrontarsi con il fantasma di Tsipras.

EUROPEISMO REALE. La dichiarazione di Juncker la sera del 25 gennaio 2015, all’indomani dell’elezione di Syriza che diceva “non ci possono essere decisioni democratiche contrarie alle istituzioni europee”. (…) stava ripetendo un comportamento (…) quello della “sovranità limitata” che caratterizzava i paesi del socialismo reale.

BEN DETTO – 2. Non dico che il 2,4% sia buono o cattivo, ma è il popolo italiano che deve deciderlo.

ALBERTO BAGNAI

VINCOLO ESTERNO – RELOADED. Oggi circa due terzi dei provvedimenti in esame al Parlamento italiano vengono da direttive europee. (…) Oggi l’Europa mi dice di cosa occuparmi, io devo rispondere a Bruxelles, pur sapendo che ne faranno un uso… poco elegante.

BRIGITTE GRAINVILLE

DEPLORABLES. La popolazione francese sembra alienata. Ci sono i “deplorevoli” anche in Francia e sono quelli delle campagne.

ALTRO CHE GRANDEUR. Oggi nel mio paese in Borgogna, l’ospedale più vicino è a 60 km, mancano i medici, le stazioni sono per lo più chiuse, sono diminuite le nascite con l’aumentare della distanza delle maternità più vicine. I mezzi di trasporto sono quasi solo privati e ci sono grandi difficoltà a far lavorare le donne delle zone rurali, il che causa difficoltà finanziarie notevoli. La media dell’età del mio piccolo paese (80 anni) fa sì che il PC non sia di uso comune, non c’è accesso ad internet ci sono le “case bianche”, dove (…) non c’è campo nemmeno per i cellulari. I pochi agricoltori lavorano 12-16 ore al giorno, mentre aumentano i suicidi, molti vivono con meno di 350 al mese, sotto la metà del livello di povertà. (…) Il 25% degli agricoltori sono poveri, contro il 14% della media nazionale. La Francia è una democrazia, ma è governata da una casta di stato, espressione della finanza. (…) Nel Pantheon non ci sono imprenditori, ma nemmeno manager.

IMPARZIALE SARA’ LEI. Il redattore capo del Financial Times – un giornale che si dice “imparziale” – ha ricevuto la Legion d’Onore per “i servizi resi all’UE”.

ALBERTO BAGNAI

SE PARIGI AVESSE IL MARE… Abbiamo scoperto che la Francia è un enorme Abruzzo

BRIGITTE GRAINVILLE

E LA LIRA SI IMPENNA. L’Euro è idolatrato (Bagnai, traducendo: adesso lo spread si alza) non è permesso alcun dibattito ed ha annientato tutte le incoerenze che portava con sé. L’Euro è un caso in cui la teoria ha preso il posto della realtà.

IL CLUB DEI SUICIDI (cit.). L’UE è come se fosse un club le cui regole iniziali sono state definite sulla base delle caratteristiche del primo partecipante, cioè la Germania (…) a cui comunque le regole non vengono applicate, poiché l’obiettivo è mantenere aperto il club a qualunque costo.

ALBERTO BAGNAI

COERENZA. Dato che Jacques Sapir ha appena detto che il sovranismo è uno, noi abbiamo adesso la presentazione del libro “Sovranismi”…

BENEDETTO PONTI

LIBERISTA SARA’ LEI. Neoliberismo predica lo stato minimo, perché questo è un limite alla possibilità del mercato di dispiegarsi. L’ordoliberismo, invece, ha compreso la potenza del potere pubblico e la vuole asservire al suo progetto, vuole appropriarsene.

PERVERSIONI 2.0. Ho letto stamattina che si stigmatizza il fatto che in Inghilterra ci sia piena occupazione perché c’è l’”effetto perverso” che i salari crescono e i profitti calano.

STEFANO FASSINA

MACHEDAVERO. Senza sovranità non c’è politica. Nell’impianto neoclassico, l’unica sovranità possibile e concessa è quella del consumatore, che è finta, confinata, eterodiretta. Nell’esercizio della sovranità sono decisivi i confini. Senza i confini non c’è sovranità, non sai sovranità su cosa.

THE GHOST OPPONENT. Negli USA, durante le primarie, Sanders disse “open borders is a right wing policy”

THE TRUE OPPONENT. I movimenti di capitale sono stati il cambiamento che più ha delimitato la sovranità della politica. Regolare i movimenti di capitale è condizione essenziale di ripristino di sovranità della politica

CON LAVAZZA CREMA E GUSTO… siamo in un Momento Polanyi, ovvero una fase storica in cui la società ha detto di non poterne più dell’economia.

ALBERTO BAGNAI

BASSO SARA’ LEI. Il mio collega Fassina … ma in realtà lui è della camera bassa…

ALESSANDRO SOMMA

ESTOTE PARATI. Nel 2011 Barroso, discutendo di eurobond, parlò di regole ferree. La Merkel, temendo il peggio, ordinò (…) di studiare un piano per l’uscita dall’euro in 10 giorni. Qui invece si può parlare della religiosità della Madonna, ma non dell’uscita dall’euro.

GLIELO DICI TU O GLIELO DICO IO? Nella costituzione tedesca, (…) hanno scritto che l’adesione alla UE è subordinata all’adozione di una politica incentrata sulla stabilità dei prezzi e non permette cessioni di sovranità. Se si vuole modificare l’obiettivo dell’UE si deve modificare la costituzione tedesca.

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QUANDO CE VO’ CE VO’. Siamo al punto in cui mercati autoregolati diventano delle minacce per l’esistenza della società. Quando ciò avviene, le società reagiscono, si rivoltano e iniziano delle reazioni per ri-nazionalizzare tutto.

SEVEDEVA. L’imprenditore, se può, fugge dalla competizione. Il liberismo vuole farsi stato, in modo che lo stato adotti le leggi del mercato.

SERIALE, DIREI. La circolazione dei capitali è un killer, perché il tipo economico presupposto dalla libera circolazione è il benedetto “investitore internazionale” che si conquista solo con la compressione del lavoro.

I HAVE A DREAM. Il sogno è una coalizione di stati che lottano contro i mercati per conquistarsi gli spazi per l’esercizio della sovranità.

ALBERTO BAGNAI

CON LAVAZZA CREMA E GUSTO…2. Ora mi prendo un momento Bagnai …

ESUBERI IN VISTA. Quando i randellatori internazionali vengono a dirci “eh, però, i mercati” noi dovremmo dirgli “sì, ma i mercati li regolate voi, quindi cosa ci state a fare?”

CLAUDIO BORGHI

E LA LIRA SI IMPENNA – 2. La legge di bilancio che ha la sintesi in quel famoso del 2,4% che, siamo tutti d’accordo nel dire che avrebbe dovuto essere molto più alto (Bagnai: e lo spread sale…).

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Ore 1.30 – il capannello Borghi (per goofy8 ci vuole un capannone…)

NON FA UNA GRINZA. Il conflitto fra lavoro e capitale non si pone nemmeno perché la mancanza di capitale rende un lavoratore non più lavoratore, ma disoccupato.

ERRARE HUMANUM EST, SED PERSEVERARE … I randellatori, se avessero potuto schiacciarci lo avrebbero già fatto da tempo, non ci sopportano fisicamente. Il loro problema è che non c’è alternativa, perché voi sapete già che cosa succede se si ascolta il mercato e quindi sanno che non lo accetteremo.

RICCARDO RUGGERI

TAFAZZI A TORINO. A 62 anni mi hanno licenziato dal comitato direttivo della FIAT e Umberto Agnelli, che non contava niente, mi ha detto “ti hanno licenziato per eccesso di successo”.

REPETITA IUVANT. I miei camei son tutti uguali, come i film di Woody Allen

SON DETTAGLI. Del cancro non so nulla, tranne che averlo. E volutamente. Quando l’ho scoperto mi hanno detto che, alla tua età, il 93% delle persone muore per qualche altro motivo.

MERITOCRAZIA. In 5 anni ho portato la New Holland dal fallimento alla quotazione a Wall Street, e poi sono stato licenziato.

IL PESCE PUZZA DALLA TESTA. Quando prendevo aziende da ristrutturare io licenziavo il 95% dei dirigenti, il 60% dei funzionari ed il 30% degli operai.

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FALLIMENTI DEL MERCATO. Io usavo solo persone dell’azienda, e li prendevo solo dai livelli più bassi.

THE SPECIALIST. A me hanno dato solo aziende fallite, probabilmente non saprei gestire un’azienda che va bene.

TROPPO TARDI. Sono andato anche in Vaticano a spiegare ai cardinali come si risana un’azienda.

CLAUDIO BORGHI

EL TACON XE PEGGIO DEL BUSO. Mattina, Radio Anch’io. Dico la stessa cosa che ho detto un milione di volte. L’Italia starebbe meglio fuori dall’UE, ma non vogliamo alcuna rottura ed anzi se avessimo voluto rompere avremmo messo il 3,1 e non è nel contratto di governo. Reuters riporta solo la prima frase e scoppia il finimondo. Poi sento Reuters per precisare e mi chiedono se possono riportare anche la seconda frase. Certo che sì, rispondo io. Reuters esce con la news: “smentita di Borghi”.

A PENSARCI BENE… ricordate: se i prezzi dei titoli di stato scendono, diminuisce l’importo del debito pubblico. Puoi ricomprare tutto a prezzo più basso ed estinguerlo, se hai i soldi per farlo.

ALBERTO BAGNAI

L’ABITO NON FA IL MONACO. Oggi sono vestito da intellettuale di sinistra perché voglio pontificare.

UN BEL TACER NON FU MAI SCRITTO. Il modo migliore di non smentire una notizia e non darla, anche perchè smentire una notizia è darla due volte.

SGABELLO DELLA SUOCERA. Se dovessi parlarvi di questo grafico con il linguaggio dei fiori, direi che è un cactus

PRIMUM VIVERE, DEINDE PHILOSOPHARE. Nel lungo periodo l’espansione della spesa nel paese debole causa altri squilibri, ma intanto, in mancanza di espansione del paese forte, arriviamoci, al lungo periodo.

RICCARDO REALFONZO

LEBBASI. L’austerità espansiva propagandata dal mainstream non esiste.

LA VERITA’ MI FA MALE, LO SO. Chi ha tagliato non ha avuto crescita, ed ha pure avuto effetti negativi sul debito pubblico. Non solo da noi. (…) Gli effetti dall’austerità sono stati drammaticamente sopravvalutati

g7-realfonzo

SON DETTAGLI 2. Il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2012, fatto ad aprile (Governo Monti) stimava il rapporto debito su PIL al 120% e fu 127%, nel 2013 stima 117% a fine anno fu il 132%

SON DETTAGLI 3. Il PIL 2013 doveva salire e invece scese di 1,9 punti.

FACCIAMOCOME. Nel 2017 se avessimo fatto investimenti pubblici sulle imprese come la media europea avremmo avuto 7,9 miliardi in più. Ne mancavano 10 sugli ammortizzatori sociali.

GAETANO AZZARITI

PAROLE SANTE. Tutti noi non riusciamo a uscire dal contingente. Mattarella dice qualche cosa e noi passiamo a discutere di quel qualcosa. E invece meglio fare riflessioni di largo respiro.

BEH, INSOMMA, PARLIAMONE. Contro il progresso non si può essere.

BASTA DISCUTERE. Si è pensato che fosse importante governare per governare, e ciò ha impattato anche sull’aspetto istituzionale. Con Craxi si afferma il mito della governabilità. Si limitò il voto segreto.

SEGNI (MARIO) PREMONITORI. Nel 1993 fu cambiato con il plebiscito la legge elettorale, è quello di l’inizio di tutti i mali.

AGNELLO PARLAMENTARE. C’è stato un sacrificato ed è il parlamento, che è stato la vittima del cambiamento costituzionale.

AUTUNNO, I FIUMI SI GONFIANO. Le esondazioni presidenzialiste della prassi istituzionali non ci portano verso gli Stati Uniti, ma verso il Sud America alla Pinochet.

GINEVRA CERRINA FERONI

IL BADANTE. Nel regime parlamentare il capo dello stato è estraneo per definizione al gioco politico, perché non ha responsabilità. Nessun atto del Presidente è valido se non è controfirmato dal ministro proponente che se ne assume la responsabilità… Il ministro, non il Presidente della Repubblica.

COME L’UNICORNO. Il notaio della costituzione non è mai esistito in natura. È uno stereotipo. Un ruolo impossibile.

CE L’AVEVO SULLA PUNTA DELLA LINGUA. Qui c’è stata una personalizzazione del ruolo del Presidente della repubblica. Chi si ricorda il nome del Presidente tedesco?

COM’ERA QUELLA DELL’UOVO E DELLA GALLINA? È la prassi che si deve adattare al modello o viceversa?

GAETANO AZZARITI

QUESTO E’ IL PROBLEMA. Semplificare o no? Per governare società complesse bisogna semplificare.

PAROLE SANTE 2. I forti hanno la forza, i deboli hanno le costituzioni

ALBERTO BAGNAI

NOTAIO AD HONOREM. qui si parlava di notaio della costituzione, ma io sto facendo il notaio della commissione europea

GINEVRA CERRINA FERONI

C’E’ TUTTO UN MONDO INTORNO. Ci sono tante riforme che si possono fare a costituzione invariata. Siamo andati a un passo dalla Camera unica e non si può riformare con legge ordinaria la magistratura?

COPERTA CORTA. Anche un’ottima costituzione non impedisce caos e decadenza, così come un’ottima classe politica può far funzionare un paese con una costituzione così così

MARIA GIOVANNA MAGLIE

SI CONTANO SULLE DITA. Siamo due controinformatori sugli USA, e il totale non supera i cinque. (Parlando di lei stessa e di Daniele Capezzone).

G7-CAPEZZONE

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE. I direttori di giornali mi hanno dileggiato quando dicevo che avrebbe vinto Trump, e dopo 48 ore, hanno ripreso come se non fosse successo niente. Invece D’Agostino mi ha detto “fa’ un po’come c… te pare…”

NESSUNO E’ PERFETTO. Non essendo scema, pure essendo giornalista, l’euro non mi ha mai fregato.

DAL LETAME NASCONO I FIOR. Trump non ha niente di gradevole, ma costituisce qualcosa di simile all’intervento degli USA nelle Guerre Mondiali. Un miracolo.

NON TUTTO IL MALE… C’è una battuta di arresto su alcune leggi, ma il blocco di una legge può essere un’arma elettorale: “non ho potuto fare il muro, è colpa dei democratici”. E comunque il muro c’è già quasi del tutto.

G7-CAPEZZONE2
Capezzone e il “Protocollo degli esperti”

VLADIMIRO GIACCHE’

FACCIAMO FINTA CHE … La finanza ha svolto una funzione di sostituzione, i redditi da lavoro calano dagli anni ‘70 in poi, ma esplode il credito, per cui la gente continua a consumare

METTIAMOCI UNA CROCE SOPRA. (indicando il grafico) i redditi dei ricchi e dei poveri negli USA fanno una “x” (quelli dei poveri scendono e quelli dei ricchi salgono, ovviamente)

SPEGNI E RIACCENDI. Abbiamo resettato il sistema senza cambiare nulla, solo spegni e riaccendi. L’unico piano di investimento reale al mondo è la Via della Seta cinese. Sarà redditizia? Non è detto: le ferrovie sono state un veicolo di progresso enorme, ma le società ferroviarie sono fallite.

PERIFRASI. Forse serve un reset fisico. Dalla crisi del ‘29 si uscì con la guerra mondiale. Non lo escludono nemmeno oggi. Summers dice che ci potrebbe essere un qualche evento mondiale (sottinteso: capace di generare un reset del sistema) e che, guerra a parte, non è chiaro quali altri eventi potrebbero avere questo tipo di effetti.

STATALISTA SARA’ LEI. In generale, per pensare un’uscita ci vuole più stato e non meno, e non hai bisogno di uno stato a cui dettino legge i mercati finanziari, cioè quelli che ci hanno portato qui. La vera conclusione è che nel 2007 si è rotto un modello. La proporzione tra asset reali e asset finanziari non può essere quella odierna, cioè quella del 2007.

MENO ASIMMETRIE… FINO AL 2033. Riequilibrare stato e mercati finanziari. Questo è il tema dei prossimi 15 Goofy.

SERGIO CESARATTO

BRAVO! GRAZIE! Ieri ero con Visco (ex ministro dell’economia) e il dibattito è stato tranquillissimo. Io gli ho detto “avete sbagliato tutto” e lui ha detto “abbiamo sbagliato tutto”.

LEBBASI 2. È vero che l’unione monetaria non funziona perché incompleta, ma forse è proprio così che la si voleva.

I COMPITI A CASA LI FACCIA LEI. Abbiamo un saldo primario che è meglio della Germania, e lo è da decenni, non abbiamo bisogno di giustificare nulla.

ESUBERI 2 È mostruoso che un banchiere centrale come Draghi dichiari che lui non può fare niente sul tasso di interesse.

TABULA RASA. Ultima cosa. Non lasciamo alla sinistra nemmeno il terreno dei diritti civili… Asfaltiamoli anche su quelli.

Grazie ad ASIMMETRIE al professor Bagnai, al professor Giacchè, cui ho rovinato una pausa caffè parlando delle BCC, al Gruppo Alfano che ha condiviso la Goofy-mobile da Odolo a Montesilvano e ritorno ed a tutti i partecipanti che rendono il Goofy una festa di umanità, oltre che di pensiero.

Arrivederci al Goofy8!

EXCUSATIO: se vi sembra che manchi qualcosa, ciò è dovuto all’obsolescenza (programmata?) dei miei apparati tecnologici, per colpa della quale ho perso appunti e spunti dell’introduzione di Marcello Foa, di parte del dialogo Maglie-Capezzone e l’intervento finale del Pedante (di cui però ho comprato il libro…). Alla pubblicazione dello streaming cercherò di rimediare… intanto, allego un mosaico dei retweet sull’intervento del Pedante e di Pier Paolo Dal Monte

I primi 100 giorni del governo e le galline di Jocelyn

Negli anni ’80 in TV il famoso conduttore Jocelyn conduceva un gioco non particolarmente originale dove i concorrenti per ottenere un premio finale dovevano contare un mucchio di banconote sputate da una macchina mentre erano disturbati da avvenimenti, cose e persone di ogni tipo. Se azzeccavano la somma, le banconote erano il premio. Il problema era contarle, mentre il conduttore scatenava i disturbi, tra i quali uno dei più efficaci erano le … galline. Le galline entravano in scena in modo caotico, casuale e, spaventate dalle circostanze, erano ingovernabili: troppe per essere catturate o ammansite, impedivano ogni ragionamento e spesso facevano abortire del tutto la conta.

conta

Ora, nei mesi seguenti le elezioni del 4 marzo ed ancora di più dopo l’insediamento del governo gialloverde, io mi sono spesso ritrovato a paragonare lo spettacolo dei media e della politica italiana con la logica di questi giochi goliardici, dove persone pagate per questo scopo, mirano esclusivamente ad impedire a qualcun altro di fare ciò che ha in animo di fare. Senza nessun ragionamento dietro, nessuna alternativa, nessuna logica se non la pura voglia di fare male, di disturbare. E, non appena il malcapitato supera un ostacolo, subito si dedicano a crearne un altro, in una sequenza che non deve mai avere fine.

Certamente, il 4 marzo ha segnato una frattura nella società italiana. Forse, un giorno, ricorderemo un “prima” e un “dopo” l’evento che ha visto tornare a prevalere in una competizione elettorale due forze (seppure diversamente configurate) che poi hanno formato un governo. Quanto è avvenuto da allora ha curiosamente ribaltato molti dei clichè che avevano segnato tanto la politica, quanto la comunicazione intorno ad essa, al punto da vedere uno schieramento di media compattamente anti-governativi, fatto inedito nella storia nazionale, ma non inedito nel resto del mondo, visto che da quando è stato eletto Trump si assiste più o meno allo stesso fenomeno negli Stati Uniti.

Sto ragionando a prescindere da ogni giudizio di merito su Trump o sul governo gialloverde: quello che mi interessa, qui, è evidenziare una tecnica, un fenomeno, che determina in misura rilevante tutto il resto. Ebbene, nell’Italia “post” 4 marzo (come negli Stati Uniti nell’era Trump) accade che, dopo un lungo periodo di tempo, siano andate al potere delle forze che a torto o a ragione hanno mostrato una visione che andava a confliggere in modo evidente con lagenda liberal-liberista portata avanti negli anni (decenni?) precedenti. Ripeto: non mi interessa discutere chi abbia torto o ragione (anche se un’idea ce l’ho e coincide al 100% con quanto espresso in questo ottimo articolo di Leonardo Mazzei), qui noto soltanto come i “vincenti” populisti abbiano in animo di mettere mano a una serie di problemi strutturali, cambiando – come l’articolo evidenzia molto bene – innanzitutto la visione che ci stava dietro, l’atteggiamento, ridiscutendo in modo profondo l’assetto di potere e financo istituzionale esistente.

Giuste o sbagliate che siano, le loro idee viaggiano su una lunghezza d’onda che ragiona in termini di anni e affronta alcuni nodi evidentemente complicati cercando di agire sui diversi fattori che concorrono a determinarli, innanzitutto modificandone l’approccio. Di fronte a ciò, i media compatti mirano invece a tenere in ogni modo il governo ancorato ad un’agenda di fatti contingenti, per lo più legati a temi di alto valore simbolico, ma riferiti a piccoli numeri (o addirittura ad individui) presi come “simbolo” di un determinato fenomeno. Gli ultimi mesi in Italia sono stati un susseguirsi di polemiche ed episodi a volte ingigantiti ed a volte inventati di sana pianta. Ogni giorno i media tiravano in ballo situazioni che richiedevano decisioni immediate, con profughi in presunta balia delle onde, attacchi razzisti e xenofobi in giro per l’Italia, licenziamenti a catena di aziende impaurite dai nuovi decreti. Problemi che, poi, si rivelavano esagerati o perfino falsi, scoprendo così il vero fine di queste azioni mediatiche, ovvero distrarre, sviare, far abbassare lo sguardo allopinione pubblica, portandola ad affrontare continue emergenze anziché osservare il formarsi di unazione che, almeno nelle intenzioni, si configura come strutturale.

Non è una lotta tra forze contrapposte, tra due diverse opinioni politiche. Da un lato c’è una visione ed un tentativo di fare un certo tipo di cose, mentre dall’altro non c’è nulla, solo disturbi, rumore, confusione. Gli argomenti usati sono rivelatori, perché si caratterizzano per la loro pochezza e, il più delle volte, non reggono ad un esame appena un poco più approfondito. L’aggressione alla discobola di colore? Una ragazzata di tre imbecilli (tra cui il figlio di un assessore PD). I licenziamenti a seguito del decreto dignità? Aziende già decotte basate su mero dumping salariale che chiudono, e non solo in Italia (Deliveroo) o troll dimissionari più di un anno fa. Ma anche con temi inventati, come la polemica sulla TAV che diventa improvvisamente tema di attualità dopo vent’anni, oppure, attingendo a piene mani dagli “amici” d’oltreoceano, come la questione grottesca dei troll russi che attaccano Mattarella.

Mentre in Italia i titoloni parlavano di uova, il presidente del consiglio parlava con il Presidente degli Stati Uniti e il Financial Times ci faceva la prima pagina. TRUMPCONTE-GIORNALIE, mentre si discettava sul numero di Eritrei sulla Nave Diciotti (tutti spariti dopo pochi giorni dalla loro destinazione finale), lo stesso Trump annunciava che, in caso di attacco dei mercati ai titoli di stato italiani, lui sarà in prima fila a comprarli (hai detto niente).

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Le opposizioni continuano a comportarsi come se il 4 marzo non fosse mai avvenuto, come se per contrastare il governo gialloverde non serva elaborare nuove strategie, o fare autocritica ed affrontare gli enormi squilibri macro-economici e sociali che l’agenda neoliberista da loro applicata in modo così zelante negli ultimi anni ha creato.

Loro sono convinti che basterà buttare un po’ di galline in mezzo ai piedi del governo per via mediatica o giudiziaria e tutto a un certo punto tornerà come prima. Come dice anche Mazzei nel suo articolo, non lo pensano perchè si sentano forti (i partiti dei governi precedenti non sono mai stati così giù), ma perchè i loro mandanti sono ancora tutti ai loro posti. Per ora.

 

PS: comunque l’articolo di Lorenzo Mazzei per Contropiano è veramente ben scritto e completo. Prima di leggerlo, e nonostante quanto scritto sopra, se mi avessero chiesto cosa aveva fatto fin qui il governo Conte avrei detto due o tre cose, ma di fondo avrei risposto che, con tutto il fuoco di sbarramento degli avversari, di più era difficile fare. In realtà, leggendo l’articolo, ho capito che di cose ne sono state fatte, eccome. In particolare sul piano dell’atteggiamento: non più col cappello in mano, passivi di fronte all’Europa, proni al progetto neoliberista dove tutto è TINA: le privatizzazioni, i pensionamenti sempre più tardivi, la precarietà, la povertà crescente, le banche e le aziende italiane che finiscono in mano straniera. Su ognuno di questi temi, il governo Conte ha detto o anche fatto qualcosa. Nonostante le gallline. Unica eccezione: il pasticcio dei vaccini. Noi stiamo con IL PEDANTE

ATENE ALTRIMENTI – quello che i turisti non vedono

Panagiotis Grigoriou mi aspetta sotto casa, preciso, in perfetto orario. Ha voluto sapere anche il numero civico, per venirci a prendere ed accompagnarci fin dal primo metro, ed io ho scelto un affittuario rigorosamente greco e “mono-proprietario”, dopo avere tradotto le sue invettive contro gli stranieri che stanno “airbnb-izzando” Atene, acquistando appartamenti a grappoli nei quartieri più belli per poi affittarli ai turisti tramite agenzie. Non si sa mai, magari poi me lo chiede. Siamo in centro di Atene, l’offerta era sterminata ed i prezzi stracciati, 50 euro si prendeva un attico vista Acropoli dalle agenzie, io per cercare un privato greco ho pagato qualcosa in più e non ho la vista, ma sono a due passi dallo stadio Olimpico del 1896, che mi toglie il fiato ogni volta che ci passo davanti, facendomi scorrere flash di concerti, gare, comizi, opere… che cosa dev’essere stare lì in mezzo con le gradinate piene.

 

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Lo stadio Olimpico del 1896

Ci muoviamo a piedi e Panagiotis ci porta sulla via delle ambasciate e del Palazzo del Presidente della Repubblica, dove scopro che la Grecia moderna è stata fin dall’inizio uno stato sotto tutela delle grandi potenze, anche quando, nel 1823, dichiarò la propria indipendenza dopo quattrocento anni di dominio turco. I primi partiti si chiamavano con i nomi dei loro protettori, Partito Francese, Partito Inglese, eccetera, il primo sovrano era un principe bavarese (Ottone) e bavaresi furono i primi architetti che costruirono i palazzi della rinascita ateniese, che riportò in auge quella che era stata la città più potente e che, all’epoca, era un villaggio di soli cinquemila abitanti. Quando poi la Baviera fu inglobata nel nascente stato tedesco, quarant’anni più tardi, mi racconta Panagiotis, i neo-tedeschi avrebbero chiesto (ed ottenuto) dai Greci il risarcimento delle spese sostenute dall’ex-stato per edificare la nuova Atene… sempre loro, e sempre la stessa storia: vogliono i soldi dei greci. Peccato che, nel secondo dopoguerra, quando sarebbero stati loro a dover pagare i debiti di guerra alla Grecia cui avevano distrutto intere città, ne abbiano chiesto la remissione (oggi si direbbe “haircut”) dopo averne pagati solo una minima parte. E la Grecia, come atri stati europei, gliela concesse, per favorire la loro ripresa e la pacificazione in Europa; altro che “l’UE ci ha portato la pace”: la pace è venuta da questi gesti di generosità e dal progresso economico keynesiano postbellico, due cose del tutto estranee alla UE attuale. Per la cronaca, la remissione fu chiesta (e concessa) solo ai tedeschi dell’ovest, quelli dell’est – come racconta Vladimiro Giacchè in “Anschluss” – pagarono tutto fino all’ultimo centesimo all’URSS, gli stessi tedeschi est poi schiantati dai “fratelli” dell’ovest nel 1989.

Sempre loro, sempre gli stessi che oggi sono accaniti assertori del piano di “risanamento” dell’ennesimo debito greco, questa volta senza sconti, neanche minimi, perché i creditori sono loro. Ma nulla, mi racconta la mia guida, avrebbero potuto fare senza la complicità della classe dirigente autoctona. Arriviamo davanti al “Parlamento” (lui mette sempre e virgolette): c’è uno dei numerosi gatti sdraiato su un muretto e lui mi dice “delle centinaia di esseri viventi presenti in questo palazzo, lui è quello più degno di starci”. Il disprezzo verso la classe dirigente greca, ed in particolare il ceto politico, è totale e diffuso, mi dice. Mi racconta un episodio successo ai primi tempi di Syriza al governo, quando accompagnò un giornalista francese ad intervistare un ministro e questi si profuse per la prima mezz’ora di colloquio a mostrare al suo perplesso intervistatore quanto fosse bello il suo ufficio, e come si fosse sistemato bene, e quanto fosse gradevole la vista, e la sublime fattura della mobilia etc etc. In un momento che era già drammatico per il paese, il ministro pensava solo al suo status, alle prebende, all’ufficio (ci sarà stata la pianta di Ficus, simbolo del potere?). “Sono una classe di arrivisti, il loro obiettivo è stare il più possibile dove sono e sono disposti a tutto, anche, come si sta vedendo, a distruggere il loro stesso paese”. Infatti, quel ministro è ancora in carica.

 

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L’essere più degno del Parlamento

Il racconto si sposta sugli anni della seconda guerra mondiale, con l’occupazione prima italiana e poi, a seguito delle sconfitte delle armate di Mussolini, anche tedesca e lì, mi racconta Panagiotis, i Greci poterono accorgersi delle differenze. Durante quel periodo la Grecia subì una terribile carestia e Mussolini stesso, in visita ad Atene, se ne rese conto e fece presente al suo alleato che c’era bisogno di aiuto, al che Hitler rispose “aiutateli voi”. La guerra, in Grecia, non finì nel 1945, ma proseguì fino al 1949, sotto forma di guerra civile, a causa della volontà delle potenze occidentali di evitare la vittoria ai partigiani locali (tutti comunisti) che avevano contribuito a cacciare i tedeschi e che alla fine della guerra controllavano quasi la metà del paese, con istituzioni, leggi, e moneta proprie. Vediamo ancora i segni delle pallottole dei combattimenti tra la resistenza ed i miliziani filo-inglesi (erano loro i primi attori della contro-resistenza) sui palazzi vicino a Piazza Syntagma, non segnalati da alcun cartello, senza nessuna targa a ricordare quei fatti che, nel bene nel male, sono parte della storia del paese.

 

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I muri vicino a Syntagma, ancora segnati dai combattimenti del 1944

Passiamo poi all’attualità, attraversando la piazza della Banca Di Grecia, Piazza Kotsia, un tempo centro di uno dei quartieri più eleganti della città, con tanto di scavi antichi in un angolo; a due passi dalla statua di Pericle una stele ricorda lo sforzo di risanamento della città, e della piazza, concluso nella risistemazione attuale del 1998. La stele è imbrattata di scritte in arabo, e tutto intorno bivaccano extracomunitari senza documenti, dediti il più delle volte ad attività criminali. Le strade intorno vedono solo negozi chiusi per diversi isolati, il quartiere dei tessuti e dei negozi di abbigliamento, che aveva sede lì vicino, oggi è una zona quasi spettrale, pochissimi gli esercizi ancora aperti, molte vetrine buie, qualche nuovo bar con scarsa clientela. Una grande ed ariosa galleria commerciale che potrebbe essere viva e brulicante come quella di Milano è invece spettrale e vuota, senza nemmeno un negozio funzionante.

 


La morte è compagna delle vicende di moti ateniesi: un suo cugino, una tempo ricco commerciante di tessuti, si è suicidato non molto tempo fa perchè incapace di mantenere in vita la sua attività. Non era povero, aveva ancora i suoi risparmi, la sua auto, due case, ma non sopportava l’idea di chiudere l’azienda (in Italia si stimano quasi quattrocento suicidi per motivi economici dall’inizio dell’anno) E pure la morte altamente simbolica di un ragazzo greco, avvenuta nei giorni scorsi, di cui Panagiotis ha parlato in un suo recente articolo (traduzione italiana su Vocidallestero) dove riporta l’episodio di un ragazzo greco, emigrato in Scozia, ucciso sulla collina di Filopappo (o delle Muse) in un tentativo di rapina da tre immigrati pregiudicati mai espulsi grazie alla reiterazione delle rispettive domande di asilo (cui non avrebbero avuto diritto, ma ogni domanda permetteva di guadagnare tempo). Era in vacanza con la sua ragazza Portoghese, anch’essa in fuga dal proprio paese per trovare lavoro, ed ha toccato con mano la dura realtà di un paese che ormai non sembra più il suo, invaso da persone che nessuno ha invitato e sul cui ingresso, mi dice, nessuno ha chiesto il consenso ai padroni di casa, cioè ai greci. Questo articolo ha suscitato reazioni contrarie anche da parte di persone sue amiche, provenienti come lui da ambienti della vecchia sinistra del paese, ambienti, però, con i quali ora egli non vuol più avere a che fare, perché (come qui da noi) ciechi ai problemi del paese e del tutto refrattari ad ogni forma di autocritica ed analisi dei problemi da loro creati. Quelli che si indignano sono spesso esponenti di professioni non toccate ancora dal fenomeno, professori, funzionari pubblici, settori dove non è ancora avvenuta la sostituzione sperata – per motivi diversi – tanto dai mondialisti radical-chic quanto dai più beceri datori di lavoro. Eppure – ci diciamo – è gente che avrebbe i mezzi culturali ed intellettuali per vedere il problema anche se non li tocca (per ora) personalmente.

Gli chiedo allora di quando saranno le prossime elezioni e se potrà cambiare qualcosa, e lì il discorso passa velocemente dalla sua totale sfiducia nei partiti attuali alla totale mancanza di una forza che interpreti il sentimento di odio e frustrazione dei greci. Panagiotis mi dice apertamente che lui, nel 2019, inviterà all’astensione da qualunque elezione (Europee di sicuro, ma probabilmente anche politiche). Da loro nessuno sta veramente interpretando e canalizzando il dissenso in un modo nemmeno lontanamente paragonabile – pur con tutti i dubbi e le cautele possibili – ai partiti del governo attuale italiano, mi dice. Alba Dorata è il vero “gatekeeper” del panorama politico greco, fintamente contrario, ma funzionale al gioco, mentre tutti gli altri non fanno neanche finta e sono apertamente allineati con la Troika e l’austerità. Gli domando allora della Chiesa Ortodossa, che, girando per il paese, mi è sembrata l’unica istituzione “terza” dotata di presa sulla popolazione, ma anche provvista di una potenza simbolica potenzialmente sufficiente a catalizzare il sentimento popolare (tutte le chiese, dalla più grande cattedrale alla più piccola cappella in riva a un dirupo, portano a fianco la bandiera nazionale) e la risposta è triste e lapidaria “pas d’espoir, ils sont avec la Troika”.

Game, set and match.

La conclusione è prevedibile: “ora lo vedo bene, la Grecia non avrebbe potuto far saltare l’Euro, troppo piccola, troppo debole storicamente e politicamente. L’Italia è un’altra cosa: voi siete 60 milioni di abitanti, la terza economia d’Europa, avete il peso per far saltare il banco, e per ridare speranza anche a noi”. Questo concetto, a dire il vero, in queste due settimane in giro per la Grecia, non me l’ha espresso solo Panagiotis, ma anche il noleggiatore di auto di Santorini e il proprietario della casa a Kamari, e tutti coloro con i quali mi era capitato di parlare di politica nel corso del mio giro. Qualcuno mi ha detto che la Grecia faceva gola per le varie ed abbondanti risorse minerarie, citate fin dai testi dell’antichità. Può darsi, ma non ho tempo di verificare, domani devo tornare a lavorare.

Ma forse bastava guardare Atene dall’alto del Licabetto per capire cosa ha sempre fatto veramente gola a tedeschi, inglesi e compagnia varia: la bellezza, accompagnata dal pensiero, che in questa città è onnipresente (per dirne una, sotto il Partenone c’è un villaggio cicladico in miniatura che sfocia in via della Teoria, a pochi passi dall’Agorà dove passeggiavano i Peripatetici). E mentre guardo il panorama, mi ritorna in mente l’avvertimento di Panagiotis, espresso a voce durante il nostro giro e in tanti articoli dal blog ovvero che i nuovi invasori non vogliono solo i soldi, ma stanno attaccando l’essenza stessa della civiltà e della società greca. Non c’è niente da fare: ai barbari del nord, ‘sti greci, gli sono sempre stati sul gozzo, mica come i romani, che si presero il comando, ma conservarono tutti gli elementi culturali – come dimostra l’ellenismo – e pure materiali del paese appena conquistato, tanto che – mi racconta la mia guida – ad Atene nessun monumento romano ha sostituito quelli precedenti, ma tutti vi si sono affiancati: l’Agorà romana sta a fianco di quella greca.

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Anafiotika, ovvero le Cicladi sotto le mura dell’Acropoli

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La via della Teoria

I giro si conclude, sono le tre e abbiamo sforato i tempo previsto, parlando di noi e dei tempi che ci attendono. Panagiotis mi racconta che vive in un quartiere borghese di Atene, in una casa da classe media, dove però oggi non c’è più il riscaldamento, perchè i condòmini non si possono permettere di sostituire la caldaia fuori uso. L’inverno scorso ad Atene ha nevicato, e la sua compagna ha dovuto ricorrere più volte alle cure dei medici, dove andava di primo mattino per essere tra i primi ad essere visitata (in Grecia i medici di base hanno le visite contingentate, a causa dei tagli, e possono visitare gratis solo un certo numero di pazienti al giorno; dopo quel numero, le visite diventano a pagamento). Saluta calorosamente e si attarda a fare raccomandazioni ai miei figli, che prenderanno il testimone dopo di noi.

Lo saluto esortandolo a continuare a raccontarci la crisi greca, così ammonitrice per le crisi italiane passate e future. Noi qui faremo il possibile per non fargli mancare l’aiuto ed il sostegno.

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Appello mensile per le donazioni.

Il sito per organizzare uno dei molti tour guidati con Panagiotis Grigoriou è QUI

La Grecia, oltre la realtà parallela

Mauro Poggi

Iniziativa Laica ripropone un intenso articolo sulla Grecia del giornalista olandese Edward Geelhoed, corrispondente da Atene per De Groene Amsterdammer e De Correspondent, già apparso il 18/2/2018 su l’Internazionale.
Il fatto che la Grecia sia scomparsa dai radar dell’informazione non significa affatto che sia superata l’emergenza umanitaria scatenata da anni di cieche (o forse fin troppo mirate) politiche austeritarie a marchio Troika.
È vero  che ciò di cui i media non parlano tende a smettere di esistere nella percezione comune, ma accanto alla realtà parallela della bolla mediatica entro cui siamo soliti agire c’è sempre una realtà reale che si ostina colpevolmente a sussistere, e addirittura riaffiorare di tanto in tanto.
Il servizio di Geelhoed, corrispondente ad Atene – e quindi testimone diretto, dà la misura non solo del dramma che il popolo greco tuttora vive, ma anche dell’indifferenza bovina con cui il resto dei cittadini europei ha accettato che…

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Il Partigiano Bagnai

Bagnai si candida con la Lega: notiziona, per chi, come me, lo segue da molti anni, ma anche per chi non lo apprezza: Bagnai leghista, Bagnai come Salvini. Bagnai infame (addirittura… ma l’articolo è pieno di elogi, mi sa che stanno parecchio a rosicà) Ah, ma allora fa la stampella di Berlusconi. Sì, la Lega non è più quella di Bossi, ma Salvini ha cambiato il nome del partito per non pagare i debiti e sfuggire ai giudici. Ma Bagnai non era di sinistra? Etc etc.

Non so quanti voti muoverà la sua candidatura alle urne, ma nella rete qualcosa ha mosso di sicuro. Del resto, il blog Goofynomics aveva vinto gli Oscar della Rete come miglior sito economico, prima che… abolissero la categoria (rosicavano troppo quelli del Sole24Ore…) . E, siccome credo che molti di quelli che stanno esprimendo dissenso e dubbi siano persone intelligenti, può valere la pena di fare un breve elenco dei motivi per cui credo che, invece, la candidatura di Bagnai con la Lega sia una mossa da appoggiare.

Partiamo dalle basi o, come dice uno degli ashtag della community, #lebbasi

Credo sia difficile negare che è in atto una guerra di invasione e di conquista. Non si sta svolgendo con le modalità tradizionali, ma i suoi effetti non sono per questo meno importanti. Gli effetti economici della crisi del 2008 sono già peggiori di quelli dell’ultima guerra, dove ci fu un crollo più repentino, ma anche una ripresa più rapida, a conflitto finito, mentre oggi il crollo non è stato ancora recuperato, né lo sarà a breve, a questi ritmi.

La guerra è contro di noi, esponenti del 99% dotati ancora di beni mobili ed immobili in modica quantità e garantiti da diritti e regole conquistate con scioperi e lotte – sindacali e politiche – oggi impensabili. Tutti fastidiosi retaggi del “trentennio d’oro” post seconda guerra mondiale,da eliminare nel modo più radicale e rapido possibile, secondo il disegno dell’un per cento e dei suoi esponenti. Molti dei dubbiosi credo possano convenire sulla sostanziale esattezza di questo scenario, anche se spesso, chi ostenta dubbi ed esprime i distinguo più sottili, appartiene a categorie che, per un motivo o per l’altro, ancora sono rimaste al riparo dall’onda regressista e, quindi, dalla “durezza del vivere” (cit. quel progressista di Padoa Schioppa, che bruci all’inferno): insegnanti con cattedra, impiegati pubblici, tempi indeterminati “ante-jobs act” etc. Per la cronaca, anch’io sono tra queste categorie, ma il fatto che il regresso non abbia (ancora) toccato me non significa che non veda l’onda lunga arrivare, e che non senta la rabbia per quanto sta toccando ai miei connazionali. Per loro, forse, ci vorrà qualcosa di più forte… ma andiamo avanti.

Bene, se lo scenario è questo, vale la considerazione degli strateghi di guerra e, in generale, di politica (si veda ad esempio questo post) che la prima e fondamentale cosa da fare in ogni conflitto è individuare il nemico. E oggi il nemico è in primo luogo chi porta avanti le “riforme” e, più in generale, chi le vuole e le impone su larga scala. Il nemico è, quindi, colui che propone e perpetua gli strumenti che ci portano verso la povertà, la precarietà, l’incertezza del domani, chi mette limiti e fissa regole che impediscono allo stato di spendere, di investire, di creare lavoro come avvenuto nel secondo dopoguerra. Nel contingente, queste cose sono realizzate attraverso il sempre maggiore intervento dell’Unione europea, direttamente attraverso regole e vincoli, ed indirettamente attraverso l’adozione di una moneta non-nazionale e non-emettibile da parte dei singoli stati, l’Euro. Chi ha voluto l’Europa e l’Euro, senza se e senza ma, oggi è il nemico.

trasferimento

Stiamo parlando innanzitutto del PD. Negli ultimi venticinque anni è stato il PD, nelle sue varie forme, a sostenere ogni e qualsiasi azione volta a far entrare (prima) e mantenere (poi) l’Italia in questa trappola. Certo, anche i governi di centrodestra hanno contribuito (il fiscal compact fu approvato con ministro Tremonti), ma a loro parzialissima discolpa valga il fatto che l’ultimo dei loro governi ha pagato con la caduta (e il successivo oblìo, che dura da sette anni) il fatto di avere semplicemente ventilato la possibilità di un passo indietro dell’Italia (cosa che nessun esponente di sinistra ha mai fatto…) . L’appoggio odierno del Berlusca a Leuropa è la reazione pavloviana del cane che ha preso le bastonate e che ha capito che, se non fa così, le sue aziende potrebbero finire in mano altrui (do you remember Vivendi?).

9788842052487_0_0_1717_75Il PD, invece, non ha mai cambiato idea, neanche per un secondo, ed oggi è più convinto che mai: ogni azione che contribuisca alla batosta del più potente, pervicace, subdolo agente distruttore del benessere diffuso degli italiani è la benvenuta. Ogni azione che contribuisca, direttamente o indirettamente, a tenerlo in vita o a mitigarne la caduta deve essere contrastata con ogni mezzo. In questa tornata elettorale, con questo tipo di legge elettorale che assegna un terzo circa dei collegi con il metodo uninominale, una forza che non riesca ad essere competitiva con il PD per la vittoria in questi collegi (vuol dire ottenere almeno il 25-30% dei consensi in ciascuno di essi) non può pensare di influire sulla scena politica. Oltre al PD , solo il Movimento 5 stelle può pensare di attestarsi su questi valori senza fare alleanze, e questo spiega sufficientemente lo strano  connubio tra Lega e Forza Italia: sono divisi su molti temi, sull’Europa innanzitutto, ma se si presentano da soli, possono dire addio ai collegi uninominali (con qualche sporadica eccezione per la Lega, forse) e senza dubbio, anche a qualunque ambizione di ottenere l’incarico di governo. Potrebbero entrare in governi di coalizione, ma senza dettarne la linea. In coalizione, invece, possono perfino aspirare a vincere la partita, ottenendo (come coalizione) più voti sia del PD che dei grillini, il che li renderebbe i primi candidati per il nuovo governo. A quel punto, la battaglia si gioca all’interno: se il centrodestra vincesse le elezioni, il primo partito della coalizione sarebbe il naturale candidato a formare il nuovo governo. Se fosse Forza Italia, Berlusconi potrebbe cercare di mettere al sicuro (per l’ennesima volta) le proprie aziende con una linea rassicurante ed europeista, che però verrebbe con tutta probabilità esercitata senza la Lega (che se andrebbe), ma col PD; se invece il partito più votato fosse la Lega, potrebbe aprirsi un primo, piccolo spiraglio verso un governo che smetta di considerare l’Euro e l’Europa come il migliore dei mondi possibili e ci prepari verso un’uscita che, se non verrà guidata con competenza da gente come Bagnai e Borghi, avverrà lo stesso, prima o poi, ma in modo traumatico. In questo concordo con l’articolo di Cavalleri.: il “best scenario” non è un’uscita immediata dall’Euro che non sembra possibile nel breve termine (a meno che gli eventi non precipitino per un qualche motivo che oggi sembra in secondo piano…), ma un governo che prepari il terreno per l’uscita che avverrà, perché uscire a rotoloni sull’onda di una super-crisi, o in punta di piedi per scelta farà una certa differenza.

E’ questa la scommessa di Bagnai, e questa è la scommessa di chi lo voterà il 4 marzo. Provare a far perdere il PD (e con essi i nemici dell’Italia), facendo vincere il centrodestra e, all’interno del centrodestra, far vincere la Lega, in modo che si possa provare a formare un governo non allineato al “questismo” pro-Europa che, immaginando un’Unione che non c’è, sostiene quella – distopica – che c’è. La Lega sono proto-fascisti? Sono di destra? Ce l’hanno con gli immigrati? Salvini è brutto, non fa politiche di sinistra? Se la pensate così, il ragionamento qui sviluppato non fa per voi… saltate direttamente all’ultimo paragrafo. Se vogliamo ragionare, continuate pure…

Certo, potrebbe anche non succedere. Potrebbe vincere il centrodestra con Forza Italia primo partito, oppure – come detto – anche con Lega primo partito, ma Berlusconi (memore della batosta del 2011) rifiutarsi di fare il governo “no-Euro” e appoggiare la “grosse koalition” con un PD ridimensionato, ma non distrutto. Potrebbero anche verificarsi altri scenari più complicati, con alleanze che comprendano anche i Cinque stelle o Grasso, ma tutte sostanzialmente pro-euro, quindi nostre nemiche.

Quindi?

Quante probabilità ci sono che si verifichi il “best scenario”? 30%? 25%? Forse meno. E in caso di scenario avverso, il voto a Bagnai (ed alla Lega) sarà stato sprecato, ma almeno ci avremo provato e, magari, avremo un economista di rango in Parlamento a fare opposizione e farci sapere cosa combinano.

Se invece daremo il voto ad uno qualunque degli altri (o non voteremo affatto) in nome del “mai con Salvini”, o “mai con le stampelle di Berlusconi” o altre amenità del genere, avremo fatto il gioco del nemico. Di sicuro. Probabilità di fallimento? In questo caso, 100%

Bagnai è uno di sinistra. Pure io sono di sinistra. Sia io che lui vorremmo delle cose di sinistra, un paese dove il reddito derivi dall’avere un lavoro, dove gli ospedali restino gratis (e magari funzionino meglio perché si è ripreso ad investirci) e la pensione sia un diritto, e non una chimera. Un paese dove il debito pubblico resti una partita di giro tra italiani e l’interesse sia deciso dagli acquisti della Banca centrale, che emette la sua propria moneta in autonomia. Un paese dove la manutenzione delle ferrovie locali sia un capitolo di spesa intoccabile, perché l’unico vincolo del bilancio statale è che lo Stato serva a fare ciò che un privato non farà mai senza guadagnarci. C’era già, questo paese, ed era l’Italia quarant’anni fa, quando il PCI prendeva il 35% dei voti e quelli dell’un percento non erano ancora sicuri che non ci sarebbe mai stata la rivoluzione. Avremmo tanto voluto che la battaglia per tornare a quel paese l’avessero portata avanti le sinistre, ma abbiamo da tempo constatato come queste siano, invece, state la principale forza del regresso. L’invasore è dentro casa e per cacciarlo, bisogna andare in montagna. I partigiani, quando salivano in montagna, non avevano in mano una mappa delle brigate, non sceglievano più di tanto a chi aggregarsi, c’erano i tedeschi (sempre loro, chissà perché..) in casa, prima cosa bisognava cacciarli, poi si sarebbe pensato al resto. Chi oggi, pur condividendo il nocciolo di questa analisi, si rifugia dietro i distinguo, sta facendo – probabilmente con le chiappe al caldo – il gioco del nemico…

johnny

Ma prima o poi verranno a prendere anche lui/lei e allora, forse, ne riparleremo… come ne stanno riparlando i giornalisti del Sole24Ore, quel fogliaccio che, con centinaia di migliaia di euro di investimenti, non riusciva a battere il blog gratuito di Bagnai … hanno cianciato per anni di mercato, di concorrenza, di giuste punizioni per le aziende che chiudevano… hanno chiesto l’austerità per gli altri ed hanno osteggiato ogni e qualsiasi salvataggio pubblico quando salvava gli altri. Adesso che il loro giornale sta chiudendo (e lo fa certo per la mala gestio dei loro direttori-ladri, ma soprattutto perchè i lettori ne hanno piene le glorie delle loro fake-news su quanto siamo in ripresa e quanto è giusto il mercato…) che fanno? Fanno SCIOPERO… sì, proprio quell’obsoleta forma di lotta che gli altri fissavano di venerdì perchè così facevano il ponte (loro, per non sbagliare, l’hanno fatto prima del ponte più lungo dell’anno). 

O voi che distinguete, non chiedetevi per chi suona la campana…

 

 

Ius Soli – quanta fretta, ma dove corri…?

Ebbene sì,

ci sono cascato anch’io… ho ritwittato un twit contrario allo Ius Soli.

Per di più scritto da uno straniero, per giunta extracomunitario, che, essendo in Italia da oltre 20 anni, faceva notare come il fatto di non essere cittadino italiano non gli abbia fin qui creato nessun tipo di problema pratico, né lo ha mai creato ai suoi figli, nati e cresciuti qui, che ora frequentano i nostri licei.

E dopo il ritwit mi è arrivata una domanda: “cosa ti ha spinto a mandare questo twit?”. Accorata, di persona che ci tiene a me, forse preoccupata per la brutta piega che sto prendendo, ma forse anche desiderosa di capire… in fondo, se uno di cui hai stima dice certe cose, magari, più che pensare che sta ammattendo, ti poni sul serio la domanda.

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Qualunque sia il motivo, la domanda (e chi me l’ha posta) merita una risposta argomentata. Ed eccola qui.

La prima motivazione è che quando tirano in mezzo i bambini a me girano gli zebedei per definizione, il perchè è ben spiegato in questo post del Pedante, che consiglio di leggere integralmente, ma di cui riporto un passaggio sul tema specifico

“I temi dell’immigrazione sono un’altra miniera di reductiones ad pueros. Nel 2016 si è stimato che, tra gli stranieri entrati clandestinamente, i minori di 15 anni rappresentavano all’incirca l’1,4% del totale, mentre i minori di 8 anni erano solo lo 0,04%. Ciò nondimeno l’iconografia e la retorica degli sbarchi è tutta sbilanciata sull’infanzia. Chi ad esempio sollevasse dubbi sulle operazioni delle ONG che navigano tra la Sicilia e l’Africa, finirebbe schiacciato dalle descrizioni di bambini seminudi e assiderati, quando non affogati” (…) Mentre infuriava il dibattito sullo ius soli, il diritto di acquisire la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia, un noto quotidiano confezionò un filmato di diversi minuti in cui un’intervistatrice fuori campo si intratteneva con alcuni bambini stranieri di età compresa tra 5 e i 10 anni. Dopo averne spremuta la tenerezza con primissimi piani e domande su gusti, sogni e quotidianità di ciascuno, passava all’attacco con la domanda: «Ma lo sapete che lo Stato italiano non vi riconosce ancora come cittadini italiani, fino a diciott’anni?». Seguivano lunghe riprese sui volti ammutoliti dei pargoli che, riavutisi dal magone (o più verosimilmente dall’avere udito una parola di cui nessuno può conoscere il significato, a quell’età), rispondevano poi di sentirsi italiani, pur non essendolo. Il senso dell’operazione si chiariva definitivamente con l’ultimo titolo di coda: «Il diritto di essere italiani». Un diritto che non esiste, mentre si taceva che tutti i diritti veri e fondamentali dei bimbi italiani [progressivamente negati dalle politiche di austerità] sono gli stessi di quelli stranieri. Quindi? Qual era lo scopo di quella pantomima? Quale che sia sia la risposta, l’esibizione iperglicemica dei piccoli volti serviva a rendere inopportuna la domanda.

Un’altra importante motivazione che mi sta facendo arrabbiare su tutta questa faccenda dello Ius Soli è la clamorosa, pervasiva, onnipresente campagna mediatica per “fare presto”, per approvare subito questa indispensabile misura di civiltà, perché “nonvorraimicalasciaresenzadirittiqueipoveribambinichenonhannocolpe” etc etc. (come appena esposto: vedi poco sopra)

Purtroppo, studiando (seriamente) i fatti economici e sociali degli ultimi decenni mi sono sempre più convinto che quando i media dicono all’unisono di fare presto e di approvare velocemente una qualunque cosa, bisogna stare MOLTO ma MOLTO attenti. Il più fulgido esempio recente fu il famoso titolo di quel giornale, oggi in fallimento, che diceva esattamente quelle parole, pochi giorni prima dell’insediamento del governo Monti.

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Il risultato del governo Monti è stato il più profondo crollo economico del nostro paese dopo la II guerra mondiale, più persistente (e quindi devastante) della guerra stessa, come dimostrano le cifre, quindi diciamo che – dati gli effetti esiziali di quel “fate presto” per qualche milione di persone – oggi sono leggermente diffidente.

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Fonte http://goofynomics.blogspot.it/2014/08/potrebbe-andar-peggio-potrebbero.html

Lo sono ancora di più su questo tema perché basta scavare un momento oltre la patina dei media mainstream e delle storie strappalacrime per scoprire testimonianze come quella del twit o come QUESTA riportata sul blog di Marcello Foa, che fanno molto dubitare dell’urgenza di questa misura.

L’ultima frase della docente citata da Foa è il fulcro della questione: “con tutti i problemi che abbiamo in Italia, perché questa deve essere una priorità?”.

Già… perché?

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Me lo chiedo da parecchio tempo, da molto prima della nefanda proposta di legge piddina. Ho cercato, scavato, letto libri come questo, che mi hanno fornito dati su cui riflettere, ed alla fine credo che fosse giusta l’intuizione di un paio di anni fa, quando pubblicai QUESTO disegno dove spiegavo i vari motivi pratici per i quali non ritenevo probabile uno stop all’immigrazione in tempi brevi. Ma anche dopo, quando pubblicai QUESTO post sul concetto di confine e soprattutto su come ci viene imposto il FRAME di quanto sia bello non averne, di confini…

Poi ho ascoltato ricercatrici serie che, dopo anni di studi, spiegavano come le migrazioni siano sempre state (e lo siano oggi più che mai) strumento di pressione e di influenza verso certi paesi, considerati più “attaccabili” proprio in virtù dei frames culturali condivisi dalle rispettive opinioni pubbliche (il libro è QUI). Poi ho letto (nel libro di Gaiani, ma anche altrove) le statistiche di Europol che dicono che il 90% di quelli che arrivano in Italia non sono rifugiati politici o perseguitati e non provengono da zone di guerra, ed allora pian piano mi si è accesa la lampadina.

 

Insomma, al momento credo molto fondata l’ipotesi che i flussi migratori NON SIANO un fenomeno metereologico inevitabile che va affrontato così com’è, occupandosi solo dell’accoglienza SSSM (Senza Se e Senza Ma), ma siano il risultato di una politica deliberata che, nel breve termine, punta far entrare più gente possibile in paesi già pieni di disoccupati per forzare la mano in termini di diritti, stipendi, garanzie fino ad ora riservate ai cittadini di quei paesi e che, nel lungo termine, forse farà molto di peggio. Ma fermiamoci al breve, su cui ho più certezze: da Marx a Steinbeck non è difficile imbattersi nel concetto che, se in un paese ci sono molti disoccupati, il costo del lavoro scende ed è sempre più difficile chiedere (o mantenere) delle tutele in quanto lavoratori. Ora, io capisco che la persona che mi ha fatto la domanda (ed anche quella che ha messo mi piace) appartengono ad una di quelle categorie (insegnanti di lingua e letteratura italiana), che sarà una delle ultime – per ovvie ragioni – dove degli immigrati prenderanno il posto dei connazionali, ma già sono moltissimi gli italiani di altre categorie (camionisti, muratori, artigiani, custodi, anche badanti… perché con l’aria che tira, anche gli italiani farebbero i badanti, se solo fossero pagati dignitosamente) che hanno toccato con mano il processo di “sostituzione” dovuto all’arrivo di immigrati. Bisognerebbe guardare un po’ al di là di quanto ci vogliono far guardare e vedere che, come diceva quel tale “la campana prima o poi suona anche per te”. Il fatto che oggi uno non sia stato ancora toccato dal problema, non significa che il problema non ci sia, anche perché anche nelle classi  dove operano le suddette insegnanti ci sono già diversi ragazzi con i genitori disoccupati, e sarebbe opportuno farsi una domanda su dove originino i fenomeni che li hanno resi tali, e quali siano le forze che gli impediscono di trovare un lavoro, perché la risposta sarebbe la stessa delle forze che vogliono più immigrati, e lì dovrebbe accendersi anche a loro la lampadina…

La fretta di far approvare una misura come lo Ius Soli, che interessa gli immigrati solo in piccola parte e solo per i vantaggi pratici che possono ricavarne, nasconde l’ennesimo tentativo di creare le condizioni di indietreggiare – in futuro – su qualcosa per tutti gli altri, di rinunciare a dei diritti, in nome del fatto che “loro stanno peggio” (naturalmente, se non avessimo i vincoli di bilancio imposti dalla UE potremmo fregarcene del trade-off tra spese per loro e spese per noi, ma ad oggi funziona così: ogni euro speso per gli immigrati 95 centesimi vengono tolti alle spese sociali; per un maggiore dettaglio, si veda QUI). Il 90% di coloro che arrivano da noi NON fuggono da persecuzioni politiche o religiose, ma sono emigrati economici, che NON HANNO diritto ad emigrare (diritto che non esiste nemmeno nella convenzione di Ginevra), non hanno quindi il diritto a stabilirsi dove gli pare e, forse, anche per questo pagano cifre enormi a dei criminali per farlo clandestinamente. Con somme dieci volte inferiori a quello che costa una traversata del deserto e uno scafista, ci si può comprare un passaporto (ammesso che nel paese di origine non lo si possa ottenere a gratis, come dovrebbe accadere sempre, ma tant’è, meglio prevedere il caso peggiore… dove siano necessarie tangenti per ottenerlo) e un biglietto su una comoda nave per fare Tunisi-Genova senza rischiare un’unghia… quindi perché pagare? I nostri avi erano analfabeti, non c’era internet, né la televisione, eppure sapevano come comprare un biglietto per le navi che andavano a New York, e allora perché questi signori che arrivano qui in carne, palestrati e dotati di telefonino, non dovrebbero, nell’era di internet, potersi comprare un biglietto su una nave per l’Italia?

Magari perché qualcuno gli suggerisce che, se sbarchi a Genova dalla Grandi Navi Veloci, ti devi arrangiare, mentre se ti “salva” una nave di ONG senza passaporto, ottieni vitto e alloggio a tempo indeterminato, puoi tentare di falsificare le tue generalità per fingerti minore, o siriano e tentare la richiesta di asilo che, anche se la gran parte sono respinte, intanto guadagni tempo; che poi non è tutto così facile e liscio (infatti spesso si viene a sapere, qua e là di rivolte nei centri di accoglienza, al grido di “non è quello che ci avevano promesso”), ma intanto quando stai in mano ai trafficanti, il gioco – cioè, per loro, l’affare – è fatto. E non è un caso che l’inizio dei salvataggi delle ONG abbia fatto aumentare vertiginosamente il numero dei morti (e delle partenze) e che il numero di coloro che vengono “fregati” dai trafficanti cali improvvisamente quando le partenze vengono stoppate con decisione e le navi ONG fermate nei porti (en passant: su ruolo, origini e scopi delle ONG, si veda ad esempio QUESTO post del Pedante). Di fronte ai numeri (ormai abbastanza consolidati, il fenomeno prosegue da qualche anno) bisognerebbe chiedersi se, appoggiando l’accoglienza SSSM, non si sia complici (involontari, per carità) di un progetto criminale, che ha come prima vittima, nel breve, proprio quelli che vengono indotti ad emigrare e nel medio-lungo termine, anche tutti noi.

Credo che l’accoglienza SSSM stia alle posizioni più critiche come, nella massima di Confucio, il regalare un pesce sta all’insegnare a pescare. Regalare un pesce salva dalla fame oggi, insegnare a pescare salva dalla fame per sempre… forse bisognerebbe tornare a fare quelle “politiche per lo sviluppo” che un tempo cercavano di far progredire le condizioni di vita nei vari paesi, più che incentivare i loro abitanti a venire qui. Forse, come diceva l’ex Papa, Ratzinger, bisognerebbe affermare con più forza il diritto a “NON EMIGRARE” più che quello ad emigrare, e questo vale anche per gli italiani, per i greci, per i portoghesi etc (poi uno si chiede se è un caso che il nuovo Papa sia invece così prodigo di consigli di accoglienza…e così blando verso i motivi che causano le partenze). Italiani che, quando studiano, finiscono per emigrare all’estero perchè in Italia stiamo perdendo tutte le produzioni avanzate, tutte le aziende migliori, comprate dagli stranieri.

E mentre qui i poveri raddoppiano e le cifre dei disoccupati, pur truccate, restano impressionanti, importiamo manodopera a basso costo, come fossimo l’America dei primi del ‘900, cioè un paese tutto da costruire. Anche la prof che mi ha scritto ha dei figli, e quando i suoi figli (che hanno la stessa età dei miei) saranno in età da lavoro, probabilmente molti dei posti che oggi ancora non sono occupabili da stranieri, a quel tempo lo saranno, perché saremo diventati un paese dove i laureati troveranno un impiego per quattro soldi o emigreranno altrove, come già accade in Grecia… (leggere QUI per credere, inchiesta di Der Spiegel).

E allora capirà perché oggi io, uomo di sinistra come lei, sono contro l’accoglienza SSSM propagandata dalle sinistre, cioè da coloro che nascondono la distruzione dello stato sociale per milioni di italiani dietro ai diritti “cosmetici” per poche persone, come lo Ius Soli (cosmetici perché di grande impatto ideale per i loro elettori, ma di scarsissima rilevanza pratica, perché riguardanti numeri, in confronto, piccoli e meno rilevanti). Questo doppio binario (politiche reali pro-capitale, ultraliberiste e campagne “per i diritti” per tenere buone le anime belle) ha ridotto oltre la soglia della povertà milioni di italiani, tiene al freddo i terremotati di mezzo paese e lascia disoccupati il 30-40% dei giovani nati qui, ma concede il matrimonio ai gay (niente in contrario, ma quanti gay non aspettavano altro per sposarsi?) e – appunto – vuole regalare la cittadinanza a chiunque nasca qui, senza nemmeno che l’interessato lo desideri. Quando nel 2028 i figli venticinquenni di chi mi ha posto la domanda (ma forse anche i loro genitori) lavoreranno per 300 euro al mese (o per 600 dopo essere emigrati in Germania) perché, per ogni posto di lavoro qualificato, ci saranno venti disoccupati in fila, forse sarà chiaro a tutti cosa stava succedendo in quel dicembre 2017, quando un certo partito faceva approvare, negli ultimi giorni di una legislatura di non eletti, quella certa legge…ennesimo piccolo mattone sulla strada verso il regresso, che, come oggi è chiaro a chi esce dal mainstream, era lastricata di “diritti” (e buone intenzioni) per pochi, messi lì per nascondere montagne di povertà crescente per i più.

Perchè, alla fine di tutto, il senso lo dice questo ultimo, definitivo, articolo sul tema di Alberto Bagnai,

parto da un presupposto molto semplice: quello che mi sento ripetere ogni volta che, da nazifascioleghistxenopopulistrassista, prendo l’aereo per girare il mondo. La mascherina dell’ossigeno devi metterla prima a te, e poi a chi ti sta accanto (se non ce l’ha fatta), per il semplice motivo che da svenuto non puoi aiutare nessuno. [grassetto mio] Il nostro paese è stato distrutto da quelli che ci propongono come panacea i lavoratori altrui (dopo averci proposto come panacea la moneta altrui, e chi è qui [sul suo blog] sa fare il collegamento), e un paese distrutto semplicemente non ha risorse per aiutare nessuno: non è questione di alloctoni o di autoctoni. Ci sarebbe poi l’altra questione su cui ci siamo soffermati: non esiste un diritto all’immigrazione, nessuna dichiarazione dei diritti dell’uomo lo sancisce (et pour cause), mentre esiste un dovere di accogliere i rifugiati, e questo dovere non riusciamo ad esercitarlo con sufficiente solerzia proprio perché, per motivi scellerati, abbiamo mandato al potere gli immigrazionisti”

Ma naturalmente le risorse ci sarebbero sia per traghettare, che per emancipare [grassetto mio]. La scelta di fare solo una di queste cose è una scelta politica, ed è, attenzione!, una scelta nella quale la sovranità popolare non è stata coinvolta, venendo completamente sovrastata da quella di organizzazioni ormai chiaramente individuabili come braccio operativo di un progetto esogeno al nostro paese. Del resto, non fanno molto per nasconderlo…”

L’immigrazionismo, con buona pace dei tanti razzisti che pure circolano e che non hanno la mia simpatia, altro non è, da parte delle ex potenze coloniali, che una fase ulteriore di appropriazione delle risorse delle ex colonie. Dopo averle depredate delle loro risorse naturali, le deprediamo delle loro risorse umane. (…) se pure quelle che vediamo per strada fossero solo braccia rubate all’agricoltura (…) sarebbero, appunto, braccia rubate all’agricoltura di paesi nei quali l’autosufficienza alimentare non è un dato banale. La forza lavoro è una risorsa, è un fattore produttivo, e la libera mobilità dei fattori produttivi è benefica e equilibrante solo nei modelli neoclassici, cioè nell’ossatura ideologica del liberismo oltranzista. Noi qui abbiamo visto che la mobilità del lavoro è particolarmente destabilizzante perché tende ad amplificare il divario fra paese di provenienza e di destinazione.

 

Ecco perché ritwitto. Non è condividendo ulteriormente una crescente povertà che risolveremo nemmeno una piccola parte del problema che crea le condizioni che li fanno partire, anzi, aggiungeremmo un mattoncino ad ampliarlo.

E quanto alla cittadinanza… l’autore del tweet sta per chiedere per sua scelta la cittadinanza italiana, a giusto titolo, dato che da vent’anni lavora qui ed è, sempre per scelta, più italiano di molti italiani; quanto ai suoi figli, a 18 anni hanno scelto, liberamente e consapevolmente, cosa fare… e l’Italia sarà felice di tenerli come concittadini ed eredi di Garibaldi e di Pertini.

Questo aggiunge poco ai diritti di cui godono oggi, ma aggiungerà qualcosa alla nostra identità di italiani. Senza lo Ius Soli.