Per unire i puntini ci vuole tempo

(…) Quanto alla situazione generale, non so proprio che c… fare e, anche se lo sapessi, non avrei tempo di farlo (da un commento apparso sul blog di A. Bagnai)

Leggo spesso con piacere il blog di Pierluigi Fagan, intitolato COMPLESSITA’. Le ragioni sono diverse, ma discendono tutte (sebbene in diversa misura) dalla condizione personale dell’autore, che racconta di essersi ritirato dal lavoro per dedicarsi a una “confuciana vita di studio” grazie alla quale può operare come “libero pensatore in proprio”. Il lavoro logora, sia chi ce l’ha, sia chi non ce l’ha, se ha bisogno di avercelo, e, in questi tempi di confusione, il tempo è risorsa scarsissima, così come il pensiero che, dal tempo ben utilizzato, può derivare.

Il fatto che l’autore, prima di scrivere, legga e, dopo avere letto, pensi, è evidente dalla qualità dei post che pubblica, che sono tutti completi, ben scritti, abbondantemente documentati, ironici il giusto e quindi sempre utili a chi li legge, indipendentemente dal fatto di essere d’accordo con le opinioni dell’autore. Vedendo il risultato, questo approccio è, nel mio piccolo, lo stesso che vorrei adottare io (e non sono il solo, come dimostra il twit qui sotto).

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Con la leggera differenza che io vado ancora a lavorare, e, non conducendo affatto vita confuciana, produco contenuti molto più estemporanei di lui. Da qui il titolo del post. Tuttavia, uno degli ultimi post sulla Geopolitica mi ha colpito particolarmente ed ho deciso che, questa volta, il tempo per parlarne l’avrei trovato. Del resto, il suo blog parla di complessità e cerca di vedere le cose in modo unitario, globale, unendo i puntini (appunto) dei diversi segni e segnali che, avendo tempo come lui ne ha, si possono cogliere dagli avvenimenti del mondo. Per questo stesso concetto ho buttato a mare, pochi mesi fa, un blog che nel titolo parlava di Italia, per aprire questo, che si riferisce al mondo, proprio perchè mi era chiaro che era un errore cercare un modello di funzionamento del reale parlando di Italia: il modello, se c’è, va cercato a livello più alto, non di singola nazione, e tantomeno se questa nazione è la nostra.

Infatti il post di Fagan parte proprio dalla constatazione che l’Italia non produce pensiero geopolitico (il che non è del tutto vero, come vedremo dopo), forse proprio perchè siamo un paese che ormai si è assuefatto al suo essere “felice (?) colonia” altrui, adagiandosi nel suo bel vivere, nel cibo e, dal dopoguerra in poi, anche in un discreto livello di benessere diffuso. L’essere colonia deriva anche, forse soprattutto, dalla posizione stessa del paese (il prefisso geo- della parola “geopolitica”), dato non modificabile che, come fa notare Fagan stesso in un altro post cruciale sul tema, lo pone in una posizione strategica nel “gioco delle isole” poiché lo mette sul confine dell’isola centrale del sistema, l’Eurasia. Indicativo lo slogan di una delle figure del post che dice “chi controlla le terre di confine controlla l’Eurasia” collegato all’altra figura che sentenzia “chi controlla l’est Europa, il cuore dell’Eurasia (Heartland) controlla il mondo”: ciò significa che per il big player mondiale di turno, controllare l’Italia è obiettivo non negoziabile e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle negli anni post bellici quanto ciò fosse vero.

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L’Italia è stata (ed è ancora) un crocevia di esperimenti socio-culturali, anche importanti per il resto del mondo, ma se guardiamo alle decisioni finali, ai fatti che determinano le grandi linee dell’evoluzione mondiale, non è l’Italia il luogo da cui partire per capire cosa sta succedendo.

Fagan, nel post, ci fa una rassegna di fonti bibliografiche utili per farci l’idea della situazione geopolitica mondiale, ma poi sviluppa il suo pensiero allargando lo sguardo più in generale, sul ruolo che la geopolitica ha nell’interpretare i fatti e, soprattutto, le possibili evoluzioni dello scenario complessivo. E qui il discorso si fa più interessante ancora, perchè l’autore, nell’esaminare alcuni fatti chiave del 2015 come il referendum greco, mostra di avere ben compreso le dinamiche economiche di fondo, ma si discosta dal discorso meramente economico, per piazzare davanti al muso del lettore la seguente verità granitica, tanto più rilevante per chi, come me, è partito dall’economia per prendere coscienza dell’esistente. Dopo avere speso gli ultimi anni ad arrovellarsi su questioni principalmente economiche (aree valutarie ottimali, teorie monetarie, cicli economici, produttività, etc) ed avere capito di avere ragione, è dura accettare che avere ragione non serve a niente se non tieni conto della geopolitica.

Qui (…) le nostre condizioni di possibilità vanno a restringersi, la nostra sovranità monetaria è appaltata ad un Trattato di 24 anni fa cucito su misura sulle paranoie dei tedeschi (magari fosse solo quello, caro Fagan)quella economica e finanziaria è ostaggio delle istituzioni anglosassoni, quella militare l’abbiamo devoluta a gli Stati Uniti d’America, quella culturale è persa da tempo, quella politica l’abbiamo consapevolmente delegata ad élite impresentabili, cacciatori d’affari, affabulatori, comici, magnati, psicolabili, narcisisti. Siamo circondati da popoli giovani in esubero demografico che coltivano una cultura per noi aliena ed andiamo come tutti gli altri, incontro a gravi problematiche ambientali.
Per orientarsi in questo ginepraio di problematiche che s’intersecano reciprocamente,occorre senz’altro un nuovo epistème, nuovi paradigmi, una nuova immagine di mondo. Il conflitto impero – mondo non spiega tutto e non sostituisce quello capitale – lavoro ma è ben difficile immaginare di poter affrontare il secondo non vedendo quanto dipenda dal primo o meglio, quanto l’eventuale soluzione sia condizionata dai limiti che il primo permette o vieta.
Lo stesso concetto lo espresse, peraltro, lo stesso professor Bagnai a ottobre, quando, a una domanda dal pubblico in una presentazione del suo ultimo libro su quanto contasse il pensiero americano per le possibili aspirazioni sovraniste degli stati europei, rispose citando un episodio di cui parla lo stesso Fagan, “si faccia una domanda: quando Schauble dice ai greci “se volete, andatevene pure” chi telefona a Tsipras per dirgli che non era cosa?”

A questo aggiungerei che il pensiero USA non cambierà almeno fino a quando l’Ue non firmerà il TTIP, decisivo per dare loro un po’ di ossigeno, non foss’altro che per l’abissale differenza che c’è tra far firmare un sòla ad un singolo interlocutore che non risponde a nessuno oppure farla accettare a 28 controparti diverse, ciascuna col problema di farsi rieleggere.

E torniamo a bomba al primo post del mio blog, CHTO DIELAT? Che fare? Fagan dal suo angolo di studio, dà una risposta da studioso.
Né possiamo più pensare che l’ordine del mondo provenga da un solo ordinatore, la Provvidenza, la mano invisibile, la dittatura del proletariato. (…)

APPUNTO, dico io: il Grande Fratello tiene famiglia.

La fabbrica dei concetti è chiusa, l’artigianato del pensiero ha lasciato il posto alla catena di montaggio dei luoghi comuni, (…) Dappertutto trionfa la divisione degli sguardi, le specializzazioni, microcosmi che non chiamano più a nessun macrocosmo diventando cosmi a sé, irrelati, entropici, cucce calde in cui svernare in attesa di primavere del pensiero che tardano. Marx e la mano invisibile sono del XIX° secolo, Dio è ben più anziano. Il mondo è nuovo ogni giorno anzi è sempre continuamente nuovo, i nostri modi di pensarlo, stentano a tenere il passo. Proviamo allargando il diaframma, chissà che l’intero non ci mostri un nuovo senso del vero…

Allargare il diaframma, quindi. Vedere il nuovo senso del vero in uno sguardo più grande, che abbracci la globalità. Non facile da fare, tra una corsa in metrò e una giornata di m… al lavoro, tra figli da andare a prendere o portare e password di siti che scadono.

E allora facciamo un tentativo di unire dei puntini, partendo da spunti vicini, anzi italiani, cioè lo stesso Fagan e un altro sito che parla di geopolitica, cioè Conflitti e strategie, dove scrive un professore di economia, con un CV più da filosofo che da economista, Gianfranco La Grassa. Il suo gruppo sostiene quello che definisce un sistema analitico fondato sulla teoria degli agenti strategici e del conflitto interdominanti a livello geopolitico” che, in estremissima sintesi, riassume l’assetto del mondo secondo la presenza di uno o più poli di tentata egemonia sul sistema, che definiscono un assetto multipolare o monopolare. Ebbene,nella sua visione, GLG individua le maggiori possibilità di cambiamento rivoluzionario all’interno degli assetti multipolari, collegandolo, poi, alla presenza a livello locale di specifici gruppi che, per una serie di caratteristiche, possono fungere da “detonatori” dei possibili cambiamenti in quel particolare punto del sistema.

Ora, che l’assetto attuale sia più monopolare che multipolare è abbastanza evidente: gli Stati Uniti non dominano il mondo, ma ne determinano le sorti in misura molto maggiore di quello che ancora oggi possa essere fatto da uno qualunque degli altri attori sullo scenario mondiale. Questo è, con tutta probabilità, all’origine di gran parte dei mali odierni: non ci sono (non ancora) alternative al polo statunitense ed esso opera secondo la strategia base delineata da Fagan nel suo gioco delle isole: se tu sei un’isola fuori dall’Eurasia e vuoi dominare il mondo, devi tenere l’Eurasia stessa divisa. Per questo oggi gli USA contrastano in tutti i modi e a tutti i costi la crescita della Russia che – seppure in modo embrionale- dà segni di poter costituire un possibile polo di attrazione per gli altri paesi di Rimland. Ecco allora che il caos diventa il miglior modo per operare in Eurasia: da un lato attaccare l’alternativa Russa in tutti i modi (Ucraina, sanzioni, petrolio ai minimi, etc) e dall’altro generare un nemico esterno per ricompattare gli europei che lo scellerato progetto Eurista, peraltro sempre made in USA () sta riducendo alla fame (e allora cosa c’è di meglio che l’Islam con le sue barbarie e una bella ondata di profughi nordafricani?). Così si spiegano gli attacchi economici e militari ai paesi – la Germania e la Francia e, forse pure l’Italia, via banche – che più sembravano cooperare con Putin, tetri avvertimenti di chiara matrice mafiosa. Forse, l’annuncio del nuovo modo di governare delle èlites  sovranazionali.

Del resto, la teoria trova un suo riscontro se guardiamo al passato, con l’ultimo assetto multipolare verificatosi dal secondo dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino, ed è innegabile che proprio questo assetto – oggi che siamo in epoca di totale regressismo lo possiamo ben dire – è stato alla base del successo che le forze progressiste (nel vero senso del termine) hanno ottenuto nel portare acqua al mulino dei meno ricchi. E ciò – tornando a Fagan – è stato tanto più vero per l’Italia, perno di quella Rimland, ai confini dell’isola centrale, l’Eurasia, che, proprio perchè determinante nel gioco geopolitico, è stata tra i paesi dove si è concesso di più al welfare ed ai suoi derivati. Qui da noi, per impedire pulsioni indesiderate verso il polo di attrazione sovietico, si è prima cercato di instaurare regimi autoritari e, quando si è capito che non sarebbe stato possibile, si è governato col doppio binario: da un lato le bombe della strategia della tensione, ma dall’altro le concessioni dello stato sociale. Gli attentati generavano paura, ma il welfare generava pace e, come è facile intuire, con la pancia piena non si fa la rivoluzione.
Il venire meno di quella che, con tutti gli enormi difetti che poteva avere il regime sovietico, era comunque una reale alternativa agli USA come polo di influenza mondiale, ha scatenato la reazione. Rimland non era più in pericolo. In più – e ci metto il terzo puntino, Diego Fusaro – la moderna società dei consumi ha plasmato le mentalità dominante secondo il principio del presente inemendabile, dove si può anche criticare l’ordine esistente delle cose, ma non si può pensare di sostituirlo con un altro, il che toglie di mezzo alla radice ogni possibilità di veder nascere il “soggetto catalizzatore” di cui parla GLG. Quale gruppo sociale, oggi, potrebbe – tra quelli svantaggiati dal presente ordine delle cose – fare da traino agli altri per ribellarsi al sistema onnicapitalistico imperante, proponendone uno alternativo?

Siamo in un mondo ancora unipolare, dove il polo alternativo – i così detti Brics – stenta ad imporsi, per ragioni proprie (sono cinque paesi posti in quattro diversi continenti) e anche per l’attiva opera del polo dominante al di là dell’oceano, che del resto non era estraneo nemmeno al crollo del vecchio polo concorrente, quello sovietico. Le forze dominanti sono attente più che mai a intercettare sul nascere ogni possibile “agente rivoluzionario”, tarpandogli le ali o, addirittura, proponendone di propri in modo da intercettare e neutralizzare il giusto dissenso che un tale sistema sociopatico non può che creare. E questo è l’ultimo puntino, quello messo da un altro blogger e studioso italiano, Federico Dezzani, che meglio di tutti gli altri ha analizzato in questo post di giugno 2015 il fenomeno del Movimento 5 Stelle, ovvero quello che sembrava, in un certo momento della nostra storia recente, il vero “agente catalizzatore” del dissenso anti-sistema in Italia e non solo. Ma, ora lo si vede chiaramente, al di là dei legami più o meno labili e dimostrabili con i vari ambienti anglosassoni statunitensi o inglesi, sono i fatti che parlano, ovvero i non-fatti. E’ la ripetuta, sistematica, osservabile azione politica che il Movimento ha messo in atto negli ultimi tre anni, da quando si è affacciato alle soglie delle istituzioni, che dimostra la loro natura di agente catalizzatore sì, ma non nel senso di causare un cambiamento, ma in quello di neutralizzarlo, depistando l’energia del dissenso verso azioni secondarie e inconcludenti.

Quindi? Allarghiamo lo sguardo, come dice Fagan, ma non vediamo che barriere, depistaggi, ostacoli, fregature,per lo più perpetrate nella massima segretezza – che del resto GLG individua come necessaria all’azione “politica” degli agenti che vogliano aspirare ad essere dominanti – da forze eterogenee, ma concordi nel porre ostacoli affinchè quelli come noi stiano meglio. Non sono complotti, sono azioni di gruppi dominanti (o aspiranti tali) che agiscono nella cornice rassicurante (per loro) di un sistema ancora monopolare privo di veri agenti catalizzatori del dissenso.

Forse dovremmo cominciare a fare il tifo per i Brics, seriamente. La storia mostra che un’alternativa può nascere solo in  un mondo multipolare, dove esista una plausibile minaccia al  pensiero unico onnicapitalistico. Altro che sanzioni alla Russia.

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