I morti del Piave e il concetto di confine

In questi giorni ho ascoltato basìto le dichiarazioni di Mattarella al Vinitaly sul fatto che “il destino dell’Italia sia legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino” e quelle successive sul Brennero e le barriere che frenano l’Europa. matta-vinitalyE’ troppo, non si può sentire: non puoi appoggiarti a un frame, per quanto potentemente affermato, per dire delle boiate di questa dimensione, neanche se sei il Presidente della Repubblica.

Calma, un momento, ragioniamo (cit.).

Sulla questione dei migranti e, in senso lato, della difesa del territorio e quindi anche dei confini, il mio personale punto di svolta dopo anni di relativo buonismo e rassegnazione all’inevitabile è stato questo post di Lameduck dove si suggeriva un punto di partenza essenziale

Di fronte al fenomeno della migrazione verso l’Europa di popolazioni provenienti dal Terzo Mondo, nel recente passato destra e sinistra hanno condiviso un atteggiamento che non disdegnava l’uso della dissuasione e della repressione. Lo dimostrano le leggi Turco-Napolitano di centrosinistra e Bossi-Fini di centrodestra. Un atteggiamento normalmente tenuto dalla stragrande maggioranza dei paesi del mondo di fronte ad una invasione.

Fu lì che mi tirai la classica manata in fronte: ma certo! Come posso non averci pensato? E’ NORMALE difendersi se il tuo territorio vede l’ingresso di masse enormi di gente. Da che mondo è mondo, di fronte ad invasioni, anche non ostili, del proprio territorio da parte di individui della stessa specie, il comportamento normale di quelli che la subiscono è reagire. Tranne in certe particolari situazioni, che vediamo dopo, difendersi, reagire vuol dire innanzitutto delimitare il confine, poichè la determinazione di un territorio dove vivere, e quindi di confini che lo delimitano, è una caratteristica fondamentale di qualunque specie vivente di questa terra. E’ l’ABC della sopravvivenza non solo umana, ma della vita stessa, e solo una martellante campagna contraria avvenuta negli ultimi decenni (ed il post suggerisce chiaramente quando, come e perchè tutto è cominciato) può avercelo fatto dimenticare.

Dal punto di vista biologico, il territorio è il luogo in cui ogni specie vivente a) trova le risorse necessarie alla propria sopravvivenza e b) trova riparo dai potenziali attacchi di altre specie e/o di altri individui propri simili. Parliamo di nutrimento e sicurezza, due bisogni che Maslow (non uno de passaggio, direi) non a caso mette tra quelli fondamentali, ai due gradini più bassi della sua piramide.Piramide-di-Maslow-tecniche-di-vendita1-300x225

Entrambi questi bisogni dipendono dall’esistenza di confini, dal che si deduce che rinunciare a delimitare un confine (ed a difenderlo) è pensabile solo ed esclusivamente se i due sopra citati bisogni vengono soddisfatti comunque dall’ambiente circostante. Se il mio territorio offre risorse tanto abbondanti da poter essere condiviso con tutti coloro che ne vogliono fruire, senza che questo impedisca a me di goderne a sufficienza, allora delimitare un territorio è inutile. Infatti, come racconta questo post del documentatissmo Pierluigi Fagan, le società umane per lunghissimo tempo non hanno avuto alcun bisogno di lottare per spartirsi le risorse, sviluppando strutture tendenzialmente egualitarie e non impostando quasi mai le relazioni con i gruppi vicini sulla base del conflitto e della conquista. Dal che discende che, in regimi dove c’è abbondanza, e dove questa è diffusa, anche la sicurezza diventa diffusa e non servono confini per garantirla. Vale la pena citare integralmente Fagan

In regimi di relativa abbondanza  e scarsa densità non c’è nessuna ragione di credere che i gruppi umani rischiassero di perdere la vita, aggredendosi a vicenda, perché “aggressivi di natura”. Anche in regimi di relativa scarsità e crescente densità c’erano talvolta altre possibilità come lo spostamento migratorio, la naturale contrazione demografica, lo scambio delle relative abbondanze vs scarsità, la formazione di gruppi più grandi in cui si facilitava la redistribuzione perché maggiore era il prodotto lordo, le federazioni, le confederazioni, (…) l’uso sistematico della guerra per estendere senza limiti il dominio di una etnia su tutte le altre è una caratteristica di pochissimi popoli, tra cui i barbari e gli anglo sassoni (#sevedeva) che sono appunto di derivazione barbara. In Micronesia, Hobbes avrebbe venduto pochissime copie del Leviatano[11].hobbes Il fatto più interessante di questa relazione tra gruppi umani è proprio quello della pluralità delle interrelazioni in cui, accanto all’evitarsi fino a che è possibile o una guardinga curiosità, accanto alla guerra che comunque è caso tardo, ci sono anche lo scambio saltuario o sistematico (di cose, idee, persone), la cooperazione occasionale o sistematica, la formazione di proto-reti di semi-nomadi e poi stanziali in cui un punto diventa centro di gravità che condensa la rete in uno Stato con centro e periferia e molto altre variazioni.

A questo punto chiediamoci se gli italiani sono nella condizione di poter rinunciare, come auspica il loro Presidente, ai confini che i loro antenati hanno delimitato e difeso (con alterne fortune) spesso anche a prezzo della vita. E’ la domanda che gli farebbero i morti del Piave e i Partigiani uccisi in montagna, o nelle Ville Tristi di mezza Italia, morti non tanto tempo fa con l’unico obiettivo di difenderli, quei confini.

Godiamo di risorse tanto abbondanti da poter essere suddivise con milioni di altri individui ubicati – si badi bene – nel nostro stesso territorio? Certo noi viviamo ancora in una relativa abbondanza e molti migranti provengono da luoghi dove gran parte di quanto noi abbiamo è utopia, ma la differenza si chiama acqua corrente, cure sanitarie, cibo sicuro, un tetto dove dormire e un lavoro per pagare tutto il resto, cioè esattamente quelle cose che un numero sempre più alto di noi sta perdendo, e non per caso. La soluzione è toglierle a noi per darle a loro o forse non sarebbe meglio darle anche a loro, invece che toglierle a noi? Perchè nessuno parla più di sviluppo nei loro paesi e tutti cianciano solo di “viaggi della speranza”? La nostra tradizione musicale è piena di canzoni che cantano lo strazio di dover migrare, perchè per loro dovrebbe essere diverso? Ah, ma forse per fare questo dovremmo smetterla di bombardare, distruggere, destabilizzare, rivoltare i loro paesi come un calzino, con guerre aperte o movimenti striscianti di gruppi scelti (e pagati) di fomentatori di rivoluzioni più o meno colorate, che nascono in un modo e finiscono sempre in un altro, salvo poi vedere la probabile prossima presidente USA ammettere “forse ci sono scappati di mano”. E ho come il sospetto che, se smettessimo, vuoi vedere che smetterebbero anche gli attentati?

No, non siamo in condizione, e allora la strategia non può che essere questa: visto che non voglio reagire, neghiamo che ci sia un’invasione.

Ma non allontaniamoci troppo dal punto iniziale. Mattarella ha parlato a Vinitaly: il frame era quello che collegava un settore orientato all’export alla convenienza di non avere confini. TOGLI CONFINI, VEDRAI CHE CI GUADAGNI

Sarà vero, almeno per il settore vinicolo? Bene, i numeri nel 2015 sono questi

 

Produzione totale di vino in Italia: 48,2 milioni di hl wineprod-italia-2015-1– fonte qui

Esportazioni totali di vino italiano: 20 milioni di hl – fonte qui

EXPORT-2015-DEC-6dOhibò: quasi il 60% della produzione di vino italiano NON è destinato all’export, ma al mercato nazionale, quello difeso dai confini. Si dà anche il caso che la produzione vinicola italiana sia, come molti altri settori del nostro agroalimentare, una produzione tendenzialmente di qualità, derivante da zone specifiche con procedimenti peculiari. Anche il vino italiano, come l’olio, il formaggio, la pasta e chissà quanto altro ancora, è un prodotto che altri paesi cercano di imitare mettendo sul mercato surrogati di minore qualità a prezzi inferiori con nomi “italian sounding”. Chi ci guadagnerebbe se, con i confini, togliessimo anche i controlli di qualità che impediscono a un certo tipo di concorrenti di invaderci (ulteriormente) il mercato? I nostri vini non temono controlli, e quindi li superano i confini, ma che dire degli altri? I “confini” in campo commerciale sono le così dette “barriere non tariffarie”, cioè tutte quelle regole con le quali un paese dice “questa cosa non entra, non a casa mia”. Togliere i confini significa fare una cosa come il TTIP, dopo la quale si potrà vendere il Parmesan in tutta Europa insieme magari anche un qualche vino “simil Barolo” che ci assomiglierà un po’, ma costerà la metà. E potranno farlo sia in Italia, dove si vende ancora quel misero 60% della produzione, sia negli altri paesi europei.

E allora abbiamo capito dove andava a parare, quel discorso. E bravo Mattarella, che piace tanto ai nostri alleati Yankee.

Chissà se l’hanno capito anche quelli che applaudivano a Vinitaly.

Sul tema, si veda anche qui.

 

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Un pensiero su “I morti del Piave e il concetto di confine

  1. A differenza di Einstein, che la considerava infinita, io credo che ci siano limiti alla stupidità, oltre i quali subentrano malafede e disonestà intellettuale. Quello specifico che citi è uno fra gli esempi sempre più numerosi che i nostri gaglioffi tempi ci offrono.

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