Le banche e l’orrore – Italy=Greece 2.0 (parte 3)

Ed eccoci alla terza puntata della saga, dove arriviamo a delineare lo scenario finale. Non bello. E’ uscito un post lunghetto, e me ne scuso, ma la visione finale è tremenda e andava argomentata.

Riassunto delle puntate precedenti.

Nella prima parte ho cercato di unire i puntini per mostrare come ci sia una volontà pressante di far confluire, in tutti i modi possibili, i risparmi ed i beni degli italiani nelle banche, attraverso una lotta senza quartiere al contante, unita ad un progressivo calo della convenienza degli investimenti alternativi. Tale concentrazione, scientemente perseguita a tutti i livelli, ha l’obiettivo finale di far diventare proprietà loro (delle banche, ma, come vedremo, in ultima analisi del sistema) ciò che oggi è nostro: se tutto o quasi ciò che è nostro sta in banca, basta agire sulle norme bancarie, facilitando la strada per requisizioni, confische, pignoramenti dei beni dei clienti, etc. per ottenere in modo relativamente semplice lo scopo.

Nella seconda parte ho ipotizzato, poi, come la leva per procedere alle requisizioni saranno proprio i problemi e le sofferenze delle banche stesse che, a questo scopo, vengono volutamente aggravate (e non alleviate) dalle norme bancarie introdotte dai legislatori/controllori. La mia tesi è che si sta facendo in modo che le banche italiane falliscano per inglobare una parte dei risparmi degli italiani, ma anche (forse soprattutto) per acquisirle a prezzo di saldo.

Quando ciò sarà accaduto, (e il “come” lo vediamo dettagliatamente in questa parte 3) i legislatori europei torneranno sui loro passi, modificando di nuovo le norme in modo da tornare a permettere quei salvataggi pubblici che oggi – essendo le banche ancora italiane – vietano. In questa terza, ed ultima, parte vorrei anche disegnare lo scenario che si aprirà nel momento cui, dopo avere appurato che i soldi privati non bastano a salvare il sistema bancario, lo Stato italiano sarà chiamato a salvare quelle banche, ormai a proprietà estera, sulle quali, quando erano italiane, gli era stato vietato di intervenire. E l’intervento statale per salvare le banche sarà il grimaldello che aprirà la porta principale per l’ingresso della Troika che peraltro, alcuni già evocano, con malcelata soddisfazione.

TERZA PARTE: LA SOLUZIONE FINALE

Il punto di partenza della terza fase sarà – ancora una volta – un’emergenza, l’ennesimo “fate presto”.

Con le banche italiane (ormai a proprietà estera) in fase di conclamata implosione, causa sofferenze (vere o presunte), ciò che resta dei nostri risparmi sarà usato come “scudo” per chiedere che si vari una normativa di emergenza, che in tempi normali non sarebbe accettabile. L’emergenza sarà in parte reale, cioè dipendente da veri problemi di liquidità e solvibilità del sistema bancario, ed in parte provocata, cioè derivante da inasprimenti normativi, per lo più evitabili. Perchè ciò accada sarà necessario fare in modo che i requisiti di capitale necessari al funzionamento del sistema bancario nazionale siano superiori alle risorse ottenibili, in modo da dipingere come fallite delle banche che potrebbero non esserlo, o non esserlo del tutto.

La quantità di capitale che le banche devono avere per poter continuare ad operare dipende essenzialmente dalla rischiosità dei propri asset, ovvero dei prestiti e degli investimenti.

basileaIII-requisitiQuanto capitale è necessario è una scelta tecnica (esiste un’ampia casistica sulle percentuali di perdita registrate in passato), ma anche e soprattutto politica. La mia tesi, corroborata da una serie di fatti,è che BCE & co, stiano lavorando alacremente su questo fronte per preparare il terreno all’attacco finale.

Se questo sarà il grimaldello, vale la pena vedere come faranno, categoria per categoria:

PRESTITI

Il capitale richiesto a fronte di prestiti, cioè dell’attività bancaria tipica, si ricava da un coefficiente da applicare al valore del prestito. Il coefficiente è diverso a seconda dello stato in cui si trova il prestito stesso: se il debitore è considerato “solvibile” cioè in grado di restituire i soldi, il prestito è “in bonis”, altrimenti va “in sofferenza” (ci sono stati intermedi con diverse gradazioni e coefficienti, ma li vediamo dopo nel dettaglio). Quindi BCE può attaccare su due fronti: quanti sono i crediti in bonis e che percentuale di svalutazione va applicata per determinare il fabbisogno di capitale.

Quali crediti sono sofferenza? Esistono criteri per stabilire se un credito è o no in sofferenza, ma sono criteri qualitativi, che lasciano spazio ad interpretazioni e giudizi soggettivi. Quindi, alla fine, che un prestito sia in bonis o no lo decide la singola banca: da un lato la banca può nascondere sofferenze facendo finta che siano bonis, ma dall’altro il vigilante (Banca d’Italia e/o BCE) può, in sede ispettiva, fare mettere a sofferenza crediti ancora esigibili, mettendo in ginocchio la banca. E di solito, proprio questo è ciò che accade ad ogni ispezione, se non che adesso, come dicevo nella puntata precedente, gli ispettori STAZIONANO IN PERMANENZA NELLE BANCHE VIGILATE DA BCE e quindi le banche si troveranno inevitabilmente con più sofferenze che mai, poichè il criterio applicato dovrà per forza essere quello più restrittivo.

Che percentuale di svalutazione applico? Tanto maggiore è il presunto valore di recupero dei crediti in sofferenza, tanto minore sono gli accantonamenti di capitale necessari. E, se il criterio di classificazione prefigura un lento crollo, su questo fronte potremmo trovarci di fronte a una slavina. Vediamo perchè.

Il valore di bilancio delle sofferenze presenti nei bilanci delle banche italiane a fine 2015 era il 43% del valore nominale, e derivava dal rapporto tra gli 87 mld circa di sofferenze nette e i 200 mld totali. Tuttavia la BCE sostiene che il valore corretto sia intorno al 17%. Se applicassimo il 17% ai 200 mld di sofferenze troveremmo che il valore netto delle sofferenze a bilancio delle banche italiane dovrebbe essere di 35 mld circa, non di 87. Mancherebbero, quindi, circa 50 miliardi di accantonamenti. Il calcolo l’ha fatto qui Giorgio Meletti ed il ragionamento fila.

accantonamento-meletti

Quello che potrebbe non filare è la valutazione della BCE: qualche Candide nostrano dice che il 17% è un valore sostanzialmente corretto, ma, analizzando i fatti della vicenda Etruria, forse siamo di fronte al classico caso di profezia che si autoavvera; lo stesso Meletti ricorda che solo pochi giorni prima del crac, Banca Etruria ha venduto a Credito Fondiario un pacchetto di circa 300 milioni di sofferenze al 40% del nominale. Poi avviene il crac e BCE conferma che, per lei, i crediti in sofferenze italiani valgono il 17% del valore iniziale. A quel punto vengono messi in vendita altri pacchetti di crediti inesigibili, ed ecco arrivare altri compratori che fanno la loro offerta, e, guarda caso, offrono il 17,3%. Del resto, se BCE dice che valgono il 17%, perchè dovrei comprarmi i crediti al 40% del valore? “Il prezzo l’ha stabilito Bruxelles” ha detto lapidario il nuovo AD della banca. Il fatto che gli (ex) obbligazionisti siano stati esclusi dalla bad bank (e quindi da eventuali future plusvalenze sul recupero) rafforza il sospetto che lì ci sia una futura, possibile, torta da spartire tra pochi, selezionati, soggetti.

Tornando alla questione generale, che gli accantonamenti siano o no sufficienti è quindi una scelta, come si vede, in parte oggettiva ed in parte – molta parte – “politica”, visto che il “mercato” lo fa il legislatore. Scommettiamo che il 17% diventa il “valore di mercato” per tutti e i 50 miliardi di capitale mancanti di cui parla Meletti salteranno fuori al momento opportuno?

ALTRI ASSET – INVESTIMENTI

Per determinare i requisiti totali di capitale, vi sono poi gli accantonamenti da fare a fronte degli altri asset presenti a bilancio, e qui è una scelta tutta politica. Ed ecco l’asso nella manica: i titoli di stato non sono più da considerare zero nel calcolo del rischio, quindi a) ci vanno degli accantonamenti (il 10% è uno dei valori ipotizzati) e/o b) bisogna mettere un tetto: l’ipotesi fatta da Banca d’Italia in uno studio recente, parla di un 50% del valore attuale, quindi 200 miliardi in meno di quanti ne hanno oggi. Se i due valori della manovra fossero quelli, avremmo, da un lato un ulteriore “buco” di 20 miliardi di capitale da trovare per le nostre banche, ma soprattutto ci sarebbe una slavina di proporzioni bibliche sul mercato dei nostri bond, che si vedrebbe sommerso dalle vendite delle banche, costrette a rientrare nel limite. Non si scappa: se anche la BCE decidesse che il tetto causerebbe sconvolgimenti troppo grossi e non lo istituisse, (sarebbe deleterio, lo ha detto perfino Banca d’Italia) il fabbisogno di capitale sui titoli in portafoglio sarebbe pesante (il 10% di 400 miliardi fa 40 miliardi di capitale, non 20). Intanto, al solo parlarne, Banca Intesa ha portato nei mesi scorsi la sua % di bond sovrani italiani sul totale da 93% a 50%. E mentre noi discutiamo di accantonamenti per i BOT italiani, a Basilea declassano il rischio sui rischiosissimi derivati OTC di cui è piena – un nome a caso – la Deutsche Bank, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la scelta è tutta politica.

Se la pericolosità dell’asset dipende dal passaporto, meglio cambiarlo, no? Ed eccoci alla svendita.

IL CROLLO DEL REICH: SCENARIO IMPOSSIBILE, ANZI QUASI CERTO.

Com’è la situazione, oggi? Maurizio Sgroi in questo post ha riportato un calcolo che ha fatto Banca d’Italia: In base alle norme vigenti (Bail-in) nel sistema bancario italiano ci sono circa 400 miliardi di asset “sequestrabili” tra azioni, obbligazioni e conti correnti oltre i 100k euro. A fronte di questi ci sono le sofferenze, di cui abbiamo parlato prima, per 210 miliardi (in crescita costante), con accantonamenti già presenti per circa il 40% del valore. A prima vista i soldi sembrano bastare, ma, anche dimenticandoci il pesantissimo impatto sociale e mediatico che avrebbe un “prelievo forzoso” di decine di miliardi dalle tasche dei risparmiatori, la situazione ha molte probabilità di peggiorare, su tutti i fronti. Facciamo due conti, prendendo i numeri fin qui esaminati e non.

  • 50 miliardi, abbiamo detto, sono i capitali ulteriori richiesti dalle sofferenze (in aumento, oggi stiamo forse più a 60 che 50, l’articolo di Meletti era di dicembre 2015);
  • nel sistema ci sono 136 miliardi di incagli (inadempienze probabili), dei quali grossomodo un terzo (45 mld) destinato a diventare sofferenza, incagliche significa 37 mld circa di nuovo capitale richiesto; gli incagli sono cresciuti di oltre sei volte dal 2008 e il prezzo di eventuale vendita di questi crediti non lo sa neanche la BCE;
  • 40 miliardi potrebbero essere quelli richiesti dall’introduzione di un coefficiente di rischio sui Titoli di stato;
  • e i crediti normali? quanti dei crediti “in bonis” sono realmente tali? I numeri parlano di 360 miliardi di crediti “deteriorati” (cioè dove si sono già manifestati ritardi più o meno gravi di rimborso) e 1,6 miliardi di crediti sani. Npl-bancheE’ molto probabile che lì si nasconda un altro consistente pacchetto di sofferenze non dichiarate, pronte a venire fuori al momento meno opportuno) , sia perchè il contesto economico va deteriorandosi (a dispetto di tutte le dichiarazioni ottimistiche dei vari attori in gioco), sia per l’applicazione di criteri sempre più restrittivi nella classificazione. Dimezzando via via le percentuali rispetto agli incagli, si può ipotizzare un 15% di deteriorati ed un 7% di bonis che finisca prima o poi a sofferenza, il che significa un buffer di, rispettivamente, 54 e 130 miliardi di nuove sofferenze “nascoste” nelle altre categorie, che significa (al 17% di realizzo) 154 ulteriori miliardi di fabbisogno di capitale;

Ed eccoci arrivati a 281 miliardi di fabbisogno. Più risicato, ma sembra ancora esserci margine.

Ma i 400 miliardi erano calcolati su grandezze che sono destinate a ridursi, talvolta anche drasticamente. Pensiamo solo a due fattori:

  • l’entità dei depositi oltre i 100k euro. Con la crisi che avanza e costringe ad intaccare i risparmi e le banche che si dirigono verso la catastrofe, è ragionevole ritenere che i depositi non continueranno a calare? Quanti depositi oltre i 100k euro avremo dopo – ad esempio – un anno di manovra a tenaglia ammazza-banche?
  • il valore di azioni e obbligazioni: è appena il caso di notare che nel calcolo di Sgroi sono compresi i valori delle azioni detenute dalla clientela, valori che stanno subendo (e continueranno a subire) pesanti cali. Quanto varranno le azioni delle banche italiane tra un anno?

bankstocks2016

E’ così azzardato pensare che tra 12-18 mesi i 400 miliardi saranno diventati 300, o anche meno? E che le sofferenze saranno diventate molte di più, tanto da richiedere 300 miliardi o più di nuovi capitali?

Lo scenario del CRAC SISTEMICO è molto più probabile di quello che sembra.

E sarà in quel momento che – come già si accennava nella parte2 – entreranno in gioco i pompieri incendiari a fare da sensali per i tanto agognati Investimenti Diretti Esteri che verranno a prendersi ciò che resta del nostro sistema creditizio. E in quel momento si vedrà tutta l’utilità delle leggi che avranno concentrato in poche mani le piccole e medie banche italiane. Vuoi mettere la comodità di comprarti una Holding invece che 350 BCC o una Super-Popolare invece che cinque o sei BPOP ante fusioni?

TOO BIG TO FAIL

Ed eccoci all’atto finale di questa saga dove ogni elemento si incastra perfettamente in quello successivo. Abbiamo ingabbiato le banche in requisiti impossibili, le abbiamo riempite di crediti inesigibili soffocando l’economia intorno a loro. Poi le abbiamo ingrandite per legge in modo da rendere più facile scalarle. Ed ecco che, una volta scalate, le stesse banche si riveleranno troppo grandi per fallire, ovvero “too big to fail”.

A fronte delle voragini aperte negli anni precedenti, i requisiti patrimoniali non saranno più rispettabili nemmeno dalle grandi banche straniere che saranno, nel frattempo, diventate padrone del nostro sistema e sarà allora, quando saranno queste ultime a doverci rimettere, che entrerà di nuovo in gioco lo Stato.

Il Bail-in ha fissato il principio che nessun soggetto pubblico dovrà pagare per il fallimento di una banca, ma quando il privato che deve pagare abita a Bruxelles, ad Amsterdam, a Parigi, o a Francoforte, allora ecco che il principio improvvisamente si ammorbidirà e rientrerà in scena il tanto vituperato Stato. E allora già mi vedo i nuovi titoli di “fare presto”, quando in qualche grosso istituto (MPS?) il padrone straniero si farà meno scrupoli di altri a tosare i correntisti o a licenziare i dipendenti. Ci saranno manifestazioni di piazza, altri suicidi, ed allora eccoci arrivati all’atto finale, che dà il nome alla trilogia di articoli. Lo scenario Grecia 2.0

Le leggi verranno rapidamente cambiate e lo Stato italiano, già pesantemente indebitato e sottoposto ai vincoli di Bruxelles in tema di bilancio (inglobati in Costituzione), dovrà intervenire per evitare il crollo del sistema bancario nazionale ed il contemporaneo drastico ridimensionamento dell’intero settore, ormai completamente in mani straniere. E per poterlo fare non resterà che una semplice, larghissima, strada. IL FONDO SALVASTATI E QUINDI LA TROIKA.

Sarà allora che lo scenario Zingales diventerà realtà e i governanti italiani (Renzi? I suoi successori?) saranno chiamati a fare la stessa scelta che fecero i governanti europei nel 1938 a Monaco di fronte all’annessione dei Sudeti da parte di Hitler. Come disse Churchill, furono “chiamati a scegliere tra la guerra ed il disonore”. Loro dovranno scegliere se rompere le catene e tornare a fare una politica nazionale, sovrana, autonoma oppure se fare come Tsipras, svendendo il paese a gente non eletta che sceglierà l’aliquota IVA sulle palestre, il costo dei nostri porti, i soldi che potranno andare agli ospedali per curarci, l’importo delle nostre pensioni e dei nostri stipendi. Senza rendere conto a nessuno di noi (leggere per credere: qui il testo integrale del memorandum Grecia 2015)

Il dettaglio diabolico sarà che non si limiteranno a riempirci di nuovi debiti, ma – come fecero con la Grecia – ci faranno rinegoziare anche il debito esistente, in modo da sottrarlo alla possibilità di ridenominarlo, in caso di abbandono dell’euro (grazie alla Lex Monetae). Come disse Panagiotis Grigoriou a Goofy3 “ci hanno ingabbiati”.

Diranno che non c’è alternativa, ma l’alternativa, allora come oggi e, come quasi sempre, c’è, anche se non è comoda e richiede una certa dose di coraggio.

Quelli di allora, come disse ancora Churchill “scelsero il disonore, ed ebbero comunque la guerra”. Questa volta non sarà diverso, non se sarà ancora il PD, già dal 2011 fedele esecutore della volontà della Troika, a prendere le decisioni.

1938-accordi-Monaco

Tsipras ha scelto il disonore. E oggi governa un paese che sembra una nazione devastata da una guerra. Leggere per credere.

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