Se questo è un sindacato

Lunedì mattina di un giorno qualsiasi del 2017.

La casella mail del delegato sindacale di base riceve un messaggio direttamente dal “segretario” nazionale unitario. La sigla non ha importanza: quello che c’è scritto potrebbe provenire da uno qualunque dei segretari confederali: su questi temi dicono tutti le stesse cose. Il testo parla di evasione fiscale, classico tema-civetta… già mi prude il coppino. Inizio a leggere.

 

“Sono dati che si commentano da soli, che confermano la gravità dell’ammontare dell’evasione fiscale nel nostro paese, la cui portata è grande come una casa”

Grande quanto? Quali sono i dati? Due righe dopo

“a proposito dei dati sulle dichiarazioni dei redditi”

Bene. Ne hanno parlato i notiziari, (ad esempio QUI oppure QUI) ma cosa dicono esattamente quei dati? Nel comunicato i dati non ci sono, né ci sono “iperlink” che rimandino a una fonte. Messaggio implicito: vatteli a cercare, se ti interessa, altrimenti, come dicono a Roma, “stacce”.

Proseguo, c’è un paragrafo tutto in grassetto.

“La lotta all’evasione è una delle questioni centrali per cui possiamo misurare il Paese del futuro. Il primo argomento è introdurre il contrasto di interesse, come abbiamo fatto per le ristrutturazioni in edilizia dove ha funzionato bene. Va dunque allargato il campo in altri settori come i servizi alla persona”.

Calma, un momento, ragioniamo (cit.)

La lotta all’evasione è una di quelle questioni che di solito si mettono davanti al naso del pubblico per non parlare di altre cause della crisi, come la corruzzzzzzione brutta brutta, o gli statali che timbrano in mutande. Sono fenomeni odiosi, irritanti, che fanno andare subito il sangue alla testa degli “onesti” (tutti siamo onesti, data la regola aurea dello Scanavacca), ma sono fenomeni che è molto difficile quantificare (checchè circolino delle cifre) e che, comunque, esistevano in misura simile anche quando eravamo la quinta potenza industriale del mondo, il che significa che, forse, non è quello il punto nodale.

Passiamo oltre e veniamo al rimedio.

Il “contrasto di interesse” è quella cosa per la quale tu, quando arriva l’imbianchino a dipingerti la stanza, gli dici che vuoi la ricevuta perché la deduci dalle tasse e lui ti fa lo sconto se lo paghi in nero. Naturalmente, lo sconto che ti propone è inferiore a quanto tu presumibilmente riuscirai a dedurre dal 730 (ammesso che riesca a capire dove mettere la deduzione ed a calcolarla nel totale), perché la deduzione la prendi tra un anno se va bene, mentre lo sconto lo incassi subito. A quel punto parte una trattativa e, di solito, alla fine fai a metà per uno. Ha funzionato contro l’evasione? Può darsi, anzi diamo credito al sindacalista, diciamo di sì, ha funzionato, ma per contrastare l’evasione degli imbianchini. Siamo tornati la quinta potenza industriale del mondo? Abbiamo aumentato il gettito fiscale in modo decisivo? Non mi pare.

Ah, beh, ma qui si dice che gli imbianchini non bastano, “va allargato il campo”, bene, a chi? Alle multinazionali tipo Google, Amazon, Ikea che fatturano in paradisi fiscali gli utili esorbitanti fatti in Italia? Alla Fiat con sede in Olanda? All’ENI con sedi di comodo in mezzo mondo? No. Il campo va allargato ai “servizi per la persona” (sic). La prima cosa a cui penso è alle badanti in nero, che sono in nero perché stanno senza permesso di soggiorno e/o perché la famiglia che le assume non può permettersi di pagare lo stipendio di legge più i contributi, magari perché, a sua volta, in quella famiglia ci sono solo lavori precari o sottopagati e la pensione del paziente da assistere è scarsa. Sicuramente mi sfugge qualcosa, ci saranno altri servizi alla persona che evadono il fisco, ma non possono essere che attività piccole, magari organizzate in finte cooperative, disdicevole, certo, da colpire, senza dubbio, ma non riesco a immaginare che risolviamo i problemi dell’Italia recuperando l’evasione di questi soggetti. E poi il gettito fiscale italiano è in linea ai valori più alti dei paesi sviluppati: c’è semmai un problema di redistribuzione del carico fiscale, ma nel comunicato non se ne parla: prima colpire, poi, casomai, redistribuire.

Sarebbe abbastanza per rovinarsi la giornata, ma il meglio deve ancora venire. Dopo aver espresso un paio di banalità sull’inflazione, arriva il carico da undici. Il comunicato è in terza persona, è il segretario che parla.

“Sul problema del lavoro XXXXX ha aggiunto che quello dell’occupazione è un tema centrale, il discorso vale per l’Italia come per tutta l’Europa. C’è bisogno di più Europa per far ripartire la crescita, dunque offrire più posti di lavoro ai cittadini europei.”

Fine del comunicato. Game, Set and Match. A marzo 2017 uno dei segretari generali di uno dei maggiori sindacati italiani può ancora chiudere un comunicato con un “CI VUOLE PIU’ EUROPA”

E io dovrei diffondere questa roba?

Un sindacato che fa la lotta all’evasione solo se colpisce gli sfigati, che, mentre la sanità pubblica viene smontata pezzo a pezzo, attacca i servizi alla persona quando sono forniti ai meno ricchi e che, last but not least, giura eterna fedeltà all’istituzione che lo sta distruggendo, insieme ai lavoratori suoi iscritti, ovviamente, che pagavano la quota di iscrizione convinti servisse a difenderli.

Eppure non è difficile da capire, nemmeno per un leader sindacale, volendo: un produttore di beni o servizi in un mercato aperto ha due fattori (più uno) che determinano il prezzo di ciò che vende:

  1. il costo di produzione;
  2. il margine di profitto che vuole ottenere;
  3. il tasso di cambio (solo se vende all’estero).

Lasciamo stare, per ora, il profitto che consideriamo una variabile indipendente (non è giusto, ma è così). L’Italia esporta il 30% del proprio PIL, il che significa che, largo circa, tolto il PIL da servizi che non possono essere importati né esportati, buona parte del manufatturiero rimasto commercia con l’estero, quindi il prezzo finale dei suoi beni dipende sia dal costo di produzione (punto 1) che dal tasso di cambio tra le valute dei due paesi (punto 3). Ebbene, quando un paese – come fa l’Italia – scambia molti beni con l’estero per parti rilevanti del suo PIL, un fattore di riequilibrio dei conti con l’estero è dato dal CAMBIO DELLA VALUTA che oscilla in modo sincrono alle oscillazioni della domanda: se un paese vende molto all’estero, la domanda della sua valuta sale e quindi il cambio “si apprezza” verso le altre valute, il che fa aumentare il prezzo finale dei suoi beni per gli altri paesi. Questo causa, nei mesi seguenti, un calo della domanda, perché i beni di quel paese diventano più cari. Il calo della domanda rende a sua volta meno richiesta la valuta del paese produttore, che quindi si svaluta e fa scendere, nel medio termine, i prezzi dei suoi beni …il calo dei prezzi farà poi risalire la domanda e così via. Lo stesso effetto si ottiene, ovviamente, agendo sull’altro fattore rimasto che compone il prezzo, cioè il costo di produzione, con due decisive differenze: l’aggiustamento tramite abbattimento dei costi è molto più lento e, soprattutto, detto “aggiustamento” riguarda delle persone, perché ridurre il costo di produzione significa, in ultima analisi, ridurre il costo del lavoro, quindi ridurre stipendi, garanzie, provvidenze extra etc  

Dice: e questo cosa c’entra con il “più Europa” del sindacato? C’entra eccome, perché se accetti, come ha accettato l’Italia, di entrare in un meccanismo che blocca il fattore cambio su un valore fisso e predeterminato, vuol dire che contemporaneamente stai scegliendo di FARE TUTTI I TUOI FUTURI AGGIUSTAMENTI COMPETITIVI AGENDO SUL LAVORO. Un antico detto dei nativi americani dice “se raccogli un capo del bastone, stai raccogliendo anche l’altro”. Un sindacato non può non sapere queste cose, quando dice “ci vuole più Europa” nè tantomeno lo può dire 15 anni dopo l’introduzione definitiva di quel meccanismo, quando tutti i suoi più deleteri effetti sul lavoro si sono ampiamente e diffusamente manifestati in diversi paesi, Italia compresa.

In questo mondo così “europeo”, la svalutazione non può più interessare l’entità inanimata, cioè la moneta, e quindi, non potendo toccare i profitti, si scarica esclusivamente sull’ultimo fattore rimasto, il costo di produzione, e quindi il lavoro. SVALUTARE LA MONETA E’ IMMORALE, SVALUTARE IL LAVORATORE, INVECE NO. Il sindacato avrebbe dovuto fare il diavolo a quattro per non farci entrare e dovrebbe oggi agire esclusivamente contro quel nemico, se vuole sopravvivere facendo l’interesse di chi lo sostiene, cioè del lavoro. Ma il sindacato, il difensore del lavoro, vuole “più Europa” che significa “più svalutazione del lavoro”. Come se un alcolista, intossicato dal vino volesse guarire passando alla vodka. Da non crederci (ma si sapeva, eh… ).

In questo sconforto di panorama, due sole cose sembrano certe:

  1. L’Europa finirà male comunque, nonostante i patetici sforzi dei sindacalisti di vertice e di molti dei loro sodali. Certo potrebbe finire prima e con meno dolore e morte se il sindacato decidesse di fare il sindacato; avete idea di una forza sociale con milioni di iscritti che dichiara guerra all’Euro? Fantastico, sarebbe un catalizzatore formidabile, ma non lo farà.
  2. Chi sta facendo queste dichiarazioni non resterà disoccupato. Che poi forse è il vero motivo per cui le fa.

Ma una piccola speranza resta: dato che finirà male (anche) per colpa loro, forse il crollo se li trascinerà via.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...